Etichetta: Jagjaguwar
Tracce: 10 – Durata: 35:00
Genere: Sperimentale, Alt-Folk
Sito: http://boniver.org/ 
Voto: 9/10

L’utilizzo (apparentemente) eccessivo di uno strumento come Melodyne (un software per correggere l’intonazione di uno strumento, usato in maniera particolare per la voce) è il tratto distintivo di 22, A Million.
Justin Vernon, con la sua band Bon Iver, licenzia il terzo album cinque anni dopo l’acclamato Bon Iver, Bon Iver e dimostra di essere rimasto affascinato dalle collaborazioni avute in tempi recenti con musicisti come James Blake Kanye West che lo hanno evidentemente convinto a spingere in modo deciso e irrefrenabile sul tasto della sperimentazione. A supporto di ciò è arrivato l’amico Chris Messina, in favore di un software personalizzato comandato da una serie di periferiche innovative altrettanto “custom”. Non solo Melodyne, dunque, ma un intenso lavoro di ricerca che potesse aiutare in particolare la fase di post produzione, come se le dieci tracce del disco fossero concepite in un modo ma poi pubblicate in un altro. E… è proprio quel primo modo  a fare la differenza: sentire un pentagramma, una struttura e una precisa composizione, dietro a tanta sfacciata elaborazione tecnologica, rende 22, A Million un piccolo gioiello di creatività. 
boniver_22_amillion2Un lavoro molto interessante che, per una volta, prova un processo inverso a quello abituale, abbinando le tecniche di sound-stretching e auto-tuning su armature definite, inventando un nuovo concetto di destrutturazione che porta a composizioni dal sapore molto moderno e squisitamente allineato al gusto d’oggidì, senza rinunciare a qualche guizzo classico sottolineato dalla vocalità di Vernon che, fuori dal falsetto, richiama sempre più quella del giovane Peter Gabriel.
I suoni dei sassofoni, quelli del banjo, delle chitarre e le stratificazioni vocali, assieme a un modo stravagante di assegnare i titoli (attraverso l’utilizzo di caratteri bislacchi e alternativi, gli stessi che campeggiano copiosamente nell’artwork) generano un’armonia affascinante che porta il folk che abbiamo conosciuto nei primi due album a uno stadio di squisito progressismo pronto per affrontare il futuro.

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