jenny_hval_blood_bitch2Etichetta: Sacred Bones
Tracce: 10 – Durata: 37:06
Genere: Sperimentale, Art-Pop
Sito: http://jennyhval.com/ 
Voto: 6/10

Cantautrice sui generis, dedita a una sperimentazione (non solo) sonora piuttosto classica, la norvegese Jenny Hval, classe 1980, ha collezionato un buon numero di adepti con dischi dal sapore contemporaneo e sempre più imparentati con certa arte concettuale.
Musicalmente, Hval ha un’impronta piuttosto esemplare, sia nella scrittura che nell’utilizzo delle tecnologie e il suo Blood Bitch è un album che, per fare un esempio, non ha nulla a che vedere con 22, A Million dei Bon Iver e si colloca con maggiore facilità tra le fila della musica sperimentale della precedente generazione, dove ogni singola parte veniva scritta molto prima di essere elaborata.
Le sue esperienze passate (ha esordito come vocalist in un gruppo metal) mettono spesso in evidenza un metodo compositivo molto legato alla musica Pop e Rock, con pezzi spesso corredati di strutture semplici (strofa, ritornello, bridge) che ne alleggeriscono la natura bislacca e stratificata che in qualche occasione ricorda i lavori di illustri colleghe del passato. 
A metà tra Danielle Dax e Laurie Anderson, Jenny Hval include frammenti di vita, nastri accartocciati estrapolati dal sonoro di vecchi film, strumenti desueti come l’harmonium abbinati alle tecnologie più estreme collegate in favore di un album capace di affascinare, al netto di certi inevitabili eccessi nel concept basato sull’immagine del sangue mestruale.

C’è molta arte contemporanea, nell’espressività di Hval, e l’azzardo di trattare argomenti estremi e realistici come questo, si allinea al linguaggio di artiste come Yoko Ono, Judy ChicagoVanessa TiegChris Kraus, pur tuttavia rischiando di apparire, a differenza delle sue muse, un filo più didascalica e inefficace. 
Musicalmente il disco scorre, suona in maniera piuttosto funzionale dall’inizio alla fine. Jenny sfoggia due o tre timbriche diverse a dimostrazione di una versatilità che non avrebbe bisogno di sovrastrutture come questa necessità “artistica”, talmente sovradimensionata da far perdere l’orientamento.