pj_alcatrazHo sempre considerato Let England ShakeThe Hope Six Demolition Project come Volume 1 e Volume 2 dello stesso progetto e lo show visto domenica all’Alcatraz di Milano non ha fatto che confermare questa impressione.
Lo spettacolo che PJ Harvey ha messo in scena, prende in considerazione quasi unicamente le scalette di questi due dischi, con una breve incursione nel precedente White Chalk e un inevitabile sipario con tre brani del passato. Per il resto l’Alcatraz, sold-out, ha assistito ad un programma magnificamente congegnato nel quale la direzione sociale e impegnata, intrapresa da Polly Jean proprio con il delicato White Chalk, ha assunto un ruolo principale.
Nulla succede per caso: il concept messo in scena con i brani dei tre recenti capolavori discografici si mostra come una miseenscène dal carattere piuttosto teatrale, tra riti sociali messi in luce da una tribale verve esecutiva.
La band di nove persone -una specie di capolavoro di casting con i fidati Mick Harvey John Parish ai quali si aggiungono alla chitarra un formidabile Alessandro Stefana (Guano Padano, Vinicio Capossela), al sax, clarinetto e flauto Enrico Gabrielli (Mariposa, Afterhours, Muse, Lombroso…), i due Gallon Drunk James  Johnston (chitarra e mellotron) e Terry Edwards (Basso) con Alain Johannes (Chitarre ), il belga Jean Marc Butty (Percussioni) e Kenrick Rowe (Batteria e percussioni)- è un vero portento, tutto è perfettamente calibrato, dalle dinamiche alla cura del suono, senza sbavature, così come deve essere quando la musica travalica l’esperienza adolescenziale del rock’n’roll.

PJ Harvey non è più rock’n’roll. Sebbene il passato sia e rimanga fondamentale per la sua attuale condizione di musicista, di quel contesto ormai non c’è più traccia. Nemmeno, per quanto assurdo possa sembrare, nel momento in cui concede tre momenti dei primi anni (50ft Queenie, Down By The Water, To Bring You my Love messe in fila così, poco prima del rush finale). Tripudio di percussioni, con ogni musicista che, occasionalmente, si ritrova per le mani rullanti, maracas, grancasse e tamburi a sottolineare una ricerca sonora verso le radici del suono, verso L’Africa e le zone aride della terra, verso una canzone che si intinge di nero proprio quando il nero diventa il colore più indicato a tracciarne l’assenza di sfumature, così come la siccità del mondo moderno si ritrova a cercare pace e consolazione da altre parti e in altre epoche. 
Uno di quei concerti a cui mancare sarebbe stato imperdonabile.