plf_hype1Etichetta: Autoproduzione
Tracce: 5 – Durata: 18:48
Genere: Pop Rock
Sito: Facebook 
Voto: 7/10

Il trio mantovano, Plastic Light Factory, nonostante la giovane età dei componenti, dimostra di essersi nutrito di Brit-Pop fin dalla culla. Analizzando i rimandi del loro sound, escono inequivocabili tracce di Blur, Verve e, soprattutto, The Smiths, non si capisce quanto inconsapevolmente. Diciamo che, prima di mettere a suonare il CD, vedendo la foto della band e leggendo i titoli delle tracce, c’erano tutti i presupposti affinché questo disco non riuscisse ad arrivare alla fine. L’aria da shoegazer fuori tempo massimo, il concetto di psichedelia trita e ritrita, assieme all’ambizione di “travalicare i confini nazionali per approdare in terra d’Albione” (sic.), mi avevano fatto pensare: “ecco un’altro CD che diventerà un sottobicchiere!” (per altro fighissimo, tutto leopardato!). Il “problema” è che invece Hype mi ha letteralmente stregato. PLF saranno anche derivativi in maniera sfacciata ma il loro disco è proprio una piccola goduria. 
Rimesso subito a suonare, ho sciolto ogni dubbio, l’operazione è riuscita!
Hype, per altro, è il breve (solo 18 minuti) manifesto di un collettivo mantovano che raggruppa band e strutture (etichetta, sala prove, locale…) e che, al motto de “l’unione fa la forza”, si prefigge l’obiettivo uscire dalla città, creando spazi e possibilità di scambio provando sinceramente a spingersi anche verso l’estero  (anche se, per questo, occorrerebbe far sentire un po’ di più l’impronta italiana). 
Ad ogni modo, PLF hanno la capacità di mettere le molle alle gambe: con le loro canzoni è impossibile stare fermi. Prendono tutto ciò che è nella memoria storica di ogni appassionato di Brit Pop, dagli anni ’60 fino ai ’90, e lo trasformano in canzonette convincenti e contagiose.
Quello che dispiace un po’ è sentire, nei testi delle canzoni, che una così genuina complicità giovanile, per una volta fatta di condivisioni, sballi, divertimento e scorribande notturne, sia sempre mantenuta in una posizione un po’ troppo comodamente apolide. Un piccolo guizzo campanilista, qualche sincero battito che faccia sentire le ansie della “nostra” provincia e i pruriti della gioventù italiana (meglio ancora: mantovana) potrebbero essere i dettagli che fanno la differenza.

Ma, forse, sono fissazioni di un vecchio bacucco e loro, che invece sono giovani e talentuosi, se ne sbattono e si divertono.

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