Etichetta: Columbia
Tracce: 9 – Durata: 36:10
Genere: Pop
Sito: http://www.leonardcohen.com/ 
Voto: 8/10

Certo, anche a me è venuto spontaneo pensare a David Bowie. Come lui, anche Leonard Cohen se n’è andato pochi giorni dopo aver pubblicato un disco nuovo e, come lui, lo ha fatto con la stessa condotta tenuta durante la sua esistenza e la sua carriera. Se il Coup de théâtre di Bowie ha rappresentato la sua storia di immenso entertainer, l’uscita in punta di piedi di Cohen ha spolverato l’immenso vuoto lasciato dalla sua dipartita con una nuvola di discrezione.
Il suo ultimo album si intitola You Want it Darker e si presenta come la magnifica testimonianza di un artista che a 82 anni ha ancora una fiamma creativa in grado di ardere intensamente. Le nove canzoni del disco non cercano il nostro stupore ma pretendono di andare a tempo col nostro cuore. 
Dopo un periodo di lavoro molto intenso, tra il 2008 e il 2013, Cohen iniziò ad accusare seri problemi fisici che compromettevano la sua mobilità. Per questa ragione il disco ha avuto una genesi molto particolare con l’autore che registrava le sue parti nel tinello della sua casa di Los Angeles per poi inviarle via mail ai musicisti coinvolti. Il figlio Adam ha raccolto tutto il materiale ed ha operato un processo di produzione molto preciso e ben amalgamato che punta a rendere l’album molto compatto come fosse stato realizzato in una jam session.
Le canzoni sono puro estratto di Leonard Cohen e, in questo senso, vivono di una dolcezza senza tempo. La voce del cantautore è quella di sempre, solo un po’ più stanca ma di una stanchezza sobria che evoca saggezza ed esperienza.
cohen_darkerA condividere il ruolo di protagonista, dopo la voce di Cohen, c’è sicuramente la chitarra di Bill Bottrell che aggiunge colori sgargianti alle trame scure delle canzoni ma non deve essere sottovalutato nemmeno il lavoro di Patrick Leonard che nel suo diligente lavoro con l’elettronica mette insieme un prodotto di straordinaria raffinatezza, senza togliere un grammo del peso artistico di Cohen nemmeno (e non era facile) quando firma di pugno le canzoni (tre canzoni su nove sono sue).
Se la sua perdita ci fa sentire, a posteriori, qualcosa di stordente e di sommessamente dolente in questo disco, è la riprova che Leonard Cohen conosceva alla perfezione il suo ruolo di artista. La sua capacità di connotare in modo autografo anche brani di altri autori (oltre ai tre di Patrick Leonard, ce n’è uno della fidata Sharon Robinson e uno scritto a quattro mani ancora da Patrick Leonard con Adam Cohen) mette in luce unicamente  l’intensa serenità di un uomo, un musicista, con ancora molta voglia di esserci e di comunicare.