Etichetta: Domino
Tracce: 9 – Durata: 48:14
Genere: Indie Pop
Sito: dirtyprojectors.net 
Voto: 8/10

Il lungo periodo di silenzio che separa il nuovo album da Swing Lo Magellan è dovuto principalmente alla crisi privata della coppia  Amber Coffman e David Longstreth. I due si sono lasciati e se in genere queste notizie vanno ascritte al gossip, in questo caso diventa un’informazione utile per comprendere la direzione del nuovo disco dei Dirty Projectors. Questo perché oltre che uscire dalla vita di Longstreth, Coffman è uscita anche dal gruppo lasciando David praticamente da solo. Certo, non che cambi molto visto che già nei titoli precedenti (da Bitter Orca in qua, bene o male) la sua supremazia era diventata evidentissima ma alcuni impasti vocali soffrono dell’assenza della timbrica di Amber. 
La voce femminile, in questo disco, si sente solo in un pezzo (Cool Your Heart) ed è affidata a D∆WN (anche se accreditata col suo nome all’anagrafe Dawn Richard) in modo da connotare con tinte black (tra reggae e R&B) il brano che Longstreth ha scritto con Solange nel periodo in cui entrambi stavano lavorando a A Seat at the Table.
In generale si tratta di un lavoro in linea con la produzione più recente, con una certa predilezione per soluzioni ricercate e ardimenti compositivi, ma aperto a una direzione meno ostica necessaria per trattare temi che puntano progressivamente ai sentimenti, in particolare quelli di un cuore spezzato.
Sebbene sia uscita dal gruppo, Amber Coffman è in effetti molto presente essendo ispiratrice di buona parte delle liriche che Longstreth ha scritto quasi fossero delle lettere, con i moti di affetto, risentimento, autolesionismo e mestizia noti a chi (tutti noi?) si sia trovato nel corso della vita a vivere una crisi sentimentale.
Musicalmente l’album risente delle collaborazioni che David ha recentemente intrapreso con Kanye West, Rihanna e la già citata Solange e si colora spesso di soul formulando una deriva straniante e molto affascinante quando si abbina alle trovate electro-jazz e kraut offerte dalla collaborazione cospicua con Tyondai Braxton (co-autore di cinque pezzi su nove) che adatta il suo modello estetico alle timbriche ambigue della musica di Longstreth, inserendo campionature che vanno da un classico Bernard Hermann via Hitchcock (Death Spiral) a un nerdissimo Dan Deacon dell’anno scorso (Keep Your Name).
Un album che cresce ad ogni ascolto e che, senza snaturare l’originale sonorità dei Dirty Projectors, si configura come un efficace ponte per portare il connotato sound di David Longstreth verso una visibilità maggiore in grado di arrivare perfino qui nel Vecchio Continente.

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