mount_eerie1Etichetta: P. W. Elverum & Sun
Tracce: 11 – Durata: 41:24
Genere: Acoustica, Folk, Pop
Sito: www.pwelverumandsun.com 
Voto: 6/10

In tempi in cui il concetto di vita privata ha assunto contorni sempre più sfumati e nei quali appare del tutto normale rendere pubblica ogni nostra più piccola azione quotidiana con la presunzione che scateni l’interesse degli altri, diventa inevitabile osservare quanto il mondo della musica pop, di questa condivisione scellerata, sia diventato lo specchio perfetto. In tempi recenti le conseguenze esistenziali della perdita, che in altre epoche avrebbero influenzato una canzone o un verso restando nelle retrovie della poetica, hanno finito per generare intere opere e diventare argomento per cartelle stampa. Afterhours, Sufjan StevensNick Cave ed anche i nostri Paolo BenvegnùNiccolò Fabi, hanno realizzato dischi sulla condizione di smarrimento causata dall’assenza e così anche A Crow Looked at Me si configura come un intero album nel quale Phil Elvrum mette in scena, con ballate in stile classico capaci di mescolare Tim Buckley con Syd Barrett, un momento di personale disagio causato dalla perdita della moglie (la cantautrice canadese Geneviève Gosselin, nota al pubblico con lo pseudonimo Ô PAON) e della necessità di provvedere da solo alla crescita dei loro due figlioli, entrambi piccolissimi. L’unico scudo che Elvrum si concede è quello dello pseudonimo, licenziando l’album sotto le spoglie del suo alter ego Mount Eerie, per poi abbandonarsi in totale nudità, senza fingere che il vuoto piombato nella sua vita sia ininfluente. 
Geneviève è in ognuna delle canzoni del disco: qualche volta Phil la chiama per nome, altre volte la evoca attraverso sensazioni di smarrimento ed altre ancora in commoventi descrizioni di vuoto cosmico. Elvrum non ha, comprensibilmente, niente altro di cui parlare e, di conseguenza, nient’altro di cui scrivere e cantare. L’ascoltatore si approccia al suo dolore con comprensione e tenerezza ma il modulo espressivo è talmente interiore che ci si ritrova spesso nel disagio di chi sta spiando dal buco della serratura. La comprensione e la tenerezza pian piano lasciano posto a un lieve imbarazzo e a un certo punto si percepisce anche un sottile disagio. Certo, forse è calcolato, sicuramente non c’è ragione per dubitare della buona fede dell’autore e né abbiamo possibilità di giudicare lucidamente le modalità con cui Phil Elvrum affronta il suo dolore. Ma un momento di riservatezza, un piccolo sforzo per condurre l’arte nella sacra regola della metafora, avrebbe certamente giovato a un disco che angoscia nella sua natura di straziante epitaffio. 

mount_eerie_2017

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