gorillaz_humanz2Etichetta: Parlophone
Tracce: 20 –  Durata: 49:14
Genere: Elettronica, Pop, R&B
Sito: www.gorillaz.com
Voto: 7/10

Mavis Staples, De La SoulJamie Principle, Benjamin Clementine, Peven Everett, Vince Staples, Danny Brown, Rag’n’Bone Man, Noel Gallagher, Graham Coxon, Jean Michel Jarre e Grace Jones sono solo alcuni dei nomi illustri convocati da Damon Albarn e Jamie Hewlett per il nuovo, quinto, disco della cartoon band Gorillaz. A parte i rivali del brit pop anni 90 a sei corde (Gallagher e Coxon) e la leggenda del pop elettronico francese (Jarre), la direzione generale dell’album sembra avere indiscutibilmente la pelle nera, in una sorta di lettura trasversale delle tendenze più attuali del pop, sempre più ambizioso di competere con il Rhythm & Blues.
Il fatto stesso che Humanz si riveli come il loro album più strettamente dominato da sonorità elettroniche e ritmi hip-hop, evidenzia la capacità di Albarn di tener fede al progetto iniziale di una formazione a cartoni animati che non invecchia per riuscire ad adattarsi a periodi e mode, rinnovandosi (o meglio: rigenerandosi) ad ogni occasione.
Le inevitabili tracce biologiche degli alter ego umani sono talmente ben architettate da trasformare le apparizioni vocali di 2D come fossero un tributo al Damon Albarn dei Blur (Busted and Blue sembra un outtake di The Magic Whip, magari lo è), mentre quelle strumentali si affidano alla sua storia per ricevere la linfa vitale necessaria alla creazione di linee melodiche di straniante modernità.

Nonostante questi presupposti d’eccellenza, Humanz non è un disco perfetto, è addensato di interludi ed intermezzi, è composto in modo eccessivamente stravagante da canzoni di forte presa intervallate da momenti al limite dell’anonimato, i ganci da Top 10 e le melodie accattivanti (che ci sono) emergono con difficoltà e risultano un po’ soffocati da una produzione che, nello sforzo di raggiungere la perfezione, si materializza con una eccessiva quantità di ingredienti dei quali, a torta finita, si fatica a distinguere il sapore. Per fare due esempi anche un po’ scemi, i synth di Jean Michel Jarre su We Got The Power potrebbero essere suonati da chiunque e il cameo di Grace Jones su Charger sembra un sample. Certo, tutto è sempre fighissimo, “avanti”, moderno… ma in qualche occasione viene da sospettare che la sovrabbondanza di featuring nasconda un lieve calo di fecondità. Poi, certo, sono critiche mosse a un team creativo di livello superiore dal quale è lecito aspettarsi sempre il massimo e per il quale si fatica a concepire anche la minima flessione artistica. Sicché ci tocca aprire gli occhi e le orecchie per realizzare di essere al cospetto di un lavoro uscito dalla mente florida di due tra i personaggi più influenti della cultura pop degli ultimi 25 anni ai quali basta tirar fuori pezzi come Saturnz Barz (con Popcaan), Submission (con Danny Brown e Kelela), She’s my Collar (con Kali Uchis) o Sex Murder Party (featuring Jamie Principle & Zebra Katz) per apparire immediatamente come i fuoriclasse che sono. A noi non resta che fare un passo indietro, fare un inchino e ringraziare.

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