medjTra il 1982 e il 1986 ho fatto il Disc-Jockey. Forse le date non sono proprio corrette, se consideriamo anche l’attività radiofonica iniziata nel 1979, però tra il 1982 e il 1986 ho fatto proprio il DJ da discoteca, quelli con le cuffie messe di sbiego sulla testa. Era la mia professione ed erano… altri tempi, lavoravo tutte le sere (escluso il lunedì) e la domenica si faceva anche il turno del pomeriggio. E l’ho fatto continuativamente, sempre nello stesso club, per quattro anni e mezzo. Oggi si direbbe che ero il DJ Resident, all’epoca ero solo “il DJ”, quello che faceva amicizia con la ragazza del guardaroba, con il barman e coi camerieri e che la domenica notte, prima di andare a casa, passava dalla cassa a ritirare la paga della settimana (all’inizio erano 200 mila lire, alla fine erano 400. A settimana!).
Mixavo su due Lenco s75 a puleggia. Macchine formidabili, altro che Technics s1200! Dico davvero!
La musica era tutta la porcheria ballabile dell’epoca: Gazebo, Cube, Bandolero, Indeep, Imagination, Ryan Paris eccetera… con qualche rara perla che si elevava dal mucchio (Kid Creole & The Coconuts, Michael Jackson, Yazoo…). Ma se a volte provavo a mettere qualcosa di mio gusto (niente di trascendentale, solo qualche band che sapevo per certo stesse funzionando all’estero, tipo Depeche Mode, Simple Minds, The Psychedelic Furs), puntualmente si svuotava la pista. Qualche tempo dopo, quando alcuni dischi di quei gruppi diventarono autentici riempipista anche in Italia, mi vantavo di essere stato un precursore.
medj2Si usava il missaggio sulla battuta e guai a cambiare troppo il pitch, ché la gente voleva sentire i dischi alla velocità più “normale” possibile. Ero bravo (Non è bello vantarsi, lo so, ma devo riconoscere che ci sapevo fare… un giorno caricherò qualche podcast. Da qualche parte ho un paio di cassette di allora).
Poi. All’età di 24 anni, forse influenzato dalla famiglia, non ricordo, ho pensato che non si potesse fare quel lavoro per tutta la vita e che la cosa migliore fosse smettere fin che ero in tempo. “Perché – pensavo – uno che fa il DJ a trent’anni è ridicolo”.
Oltre a questo mi stavo rendendo conto che ero libero quando i miei amici lavoravano e lavoravo quando i miei amici erano liberi e a quell’età cominciava a pesarmi.
Approfittai di una piccola crisi del dancing in cui lavoravo e lasciai. Per un po’ mi concentrai nel lavoro in Radio, anni stupendi ma poco retribuiti, e poi, quando i soldi cominciarono a mancare, mi cercai (e trovai) un lavoro in un ufficio “a consumare settimane in un noioso sacrificio”.
I primi tempi, lo ricordo, fu difficile perché dall’alto della mia giovinezza mi sembrava di aver tradito tutte le mie velleità, di rinunciare alla possibilità di rendere la mia passione un lavoro. In quegli anni non si pensava (o meglio non ci pensavo io) alle possibilità di convertirsi in altri ambiti per fare, che so, il produttore di musica, il giornalista o altre attività legate ad una professionalità che mi ero costruito con dedizione e fatica, semplicemente pensai al mio futuro e ci vidi solo l’immagine triste di un trentenne che si rende ridicolo in consolle.
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Ebbi fortuna, trovai un lavoro “normale” che mi lasciava parecchio tempo libero. È lo stesso che svolgo oggi. Una attività con un orario che mi permettesse di riallacciare le relazioni di amicizia e, di conseguenza, provare ad avere una attività giovanile simile a quella dei miei coetanei. Tornai a suonare con una band, la precedente l’avevo lasciata proprio per poter fare il DJ e mi ritrovai a fare musica in maniera spontanea e normale.
Alla consolle, dopo il 1986, tornai solo per qualche sporadica serata. Capitava di andare a mettere i dischi in locali sul Lago di Garda o nel bresciano e, piano piano, cominciai anche a specializzarmi diventando un DJ Rock, poi Soul/R&B, poi Lounge e poi “alternativo”(che significava mettere qualsiasi disco che non fosse strettamente prodotto per le discoteche tradizionali). Intorno alla fine degli anni 90, quando non si riuscivano più a trovare consolle con i giradischi, cominciai ad avere le prime difficoltà. Non sono mai riuscito ad aggiornarmi ai CDJ, figuriamoci agli mp3, chiavette, iPod e computer. Pian piano cominciai a declinare gli ingaggi, limitandomi ad accettare solo quelli degli amici, per feste e party privati per arrivare ad oggi quando non accetto più nemmeno quelli.
Scoperchiare il baule dei ricordi di quel periodo mi fa uno strano effetto perché sembra la vita di qualcun altro. È lontana anni luce benché non sia così remota.
Devo dire che sebbene oggi mi sia ricreduto sui limiti di età per i DJ’s e non trovi ridicolo nessun Disc Jockey sopra i trenta, non ho grossi rimpianti; solo un po’ di occasionale nostalgia che stavolta mi ha fatto scrivere un post come questo.

(La foto più in alto è del periodo iniziale, la discoteca si chiamava Villa Forti, quella a inizio articolo è del 1992, alla mitica “molonara” di Verona, la terza è quella del mio DJ-set “a tema” alla presentazione di CHyberNation a Santeria di Milano e l’ultima è scattata alla Biblioteca Civica di Verona, mentre “sonorizzo” il lavoro del mio amico Mauro Marchesi che dipinge la sua Hollywood Bau come suo contributo a una permanente).

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