king_krule_pic2Etichetta: XL Recordings
Tracce: 19 – Durata: 66:12
Genere: New Rock
Sito: kingkrule.co.uk 
Voto: 9/10

Archy Marshall è uno dei pochi, forse l’unico tra i personaggi che popolano l’ambiente musicale inglese, che riesce a imporre una via imperscrutabile e innovativa al verbo del rock. Sebbene sia difficile catalogarlo in quelle fila, è fuori discussione che la sua scuola abbia avuto la maggioranza di insegnanti provenienti da quell’ambito sebbene abbia spesso dimostrato di conoscere anche mondi dei quali si serve per inventare qualcosa di mai ascoltato prima. Da Elvis Costello a Chet Baker, da Arto Lindsay a The Clash, dai Tuxedomoon ai Wire, sono tutti nomi di cui si sente l’influenza nei suoi dischi, sia quelli pubblicati a suo nome che quelli accreditati ai suoi alter ego come  Zoo Kid o, come nel caso del qui presente The OOZ, King Krule.
L’album è un’esperienza totalizzante, nella quale l’autore sviscera ed eviscera un universo di sconvolgente fastidio, combinando digressioni jazz di stampo avanguardista con progressioni tonali del pop, congiungendo i suoni elettronici della sua generazione con una scrittura complessa e intrigante che sta sempre sul filo dell’eccesso senza mai apparire spocchiosa o irritante. 

Le diciannove tracce di The OOZ non sono certo quelle che canticchi al mattino mentre ti fai la barba ma riescono lo stesso a restare in mente, in un miracolo di ingegno compositivo che proviene da un talento impossibile da ignorare. Non c’è calcolo, non c’è il bisogno smanioso di “farlo strano”, Marshall mette in scena se stesso con estrema libertà, compiendo passi leggiadri in una maniera che solitamente è appannaggio di artisti navigati passati da miriadi di esperienze. King Krule, invece, ha 23 anni e la sua cifra è stata questa fin dai suoi primi lavori, il primo dei quali, 6 Feet Beneath the Moon, scritto, arrangiato e prodotto in autonomia quando di anni ne aveva solamente diciotto. Un fenomeno? Un prodigio? Un genio? Forse nulla di tutto questo ma certamente un personaggio fuori dagli schemi, capace di esprimere il disagio esistenziale tanto con le parole quanto con i suoni che riesce ad abbinargli.
The OOZ è soffocante ma riesce a trovare sfoghi e rimedi per ognuna delle angosce che illustra; Archy canta in modo inquietante, sempre in bilico tra l’ansia e l’orrore, parla del suo cervello e illustra il nostro, mette in copertina una scia di condensazione rosa, descrivendo in una sola foto l’ambivalenza della realtà: le scie sono “chimiche”, esplodono? Cambiano forma? Chissà… in fondo, sono belle e forse anche buone da mangiare. Butta nel calderone un punk rock malconcio (Emergency Blimp) e poi ti inchioda alla sedia con una ballata jazz da far impallidire Jimmy Scott (Lonely Blue), scherza con l’elettronica sperimentando su tessiture ansimanti (Czech One) ma anche programmando vecchie drum machine anni ’80 impazzite (Vidual). 
Un album capace di portarti, nell’arco di pochi istanti, dalle sabbie cocenti del deserto ai ghiacci siderali dell’artico e di lasciarti lì, in balia di te stesso, di questo pianeta sgraziato e malato ma comunque sempre e per sempre bellissimo.

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