morrissey200Etichetta: ÉtienneBMG
Tracce: 12 – Durata: 50:08
Genere: Pop Rock
Sito: Unofficial Site 
Voto: 8/10

Diavolo d’un Morrissey: ce la mette tutta per rendersi antipatico, parla male di tutti, rilascia dichiarazioni razziste, fa i capricci, cancella date (anche un minuto prima di salire sul palco) e tu inizi a canzonarlo, abbozzi un tentativo di disprezzo ma poi lui registra un disco come Low in High School e non puoi far altro che inchinarti all’indiscutibile livello di qualità che ogni sua canzone raggiunge. Noncurante di chi lo disprezza perché, a me sembra evidente, del disprezzo altrui Morrissey ha fatto nutrimento, va a capire perché.
Un disco come Low in High School ti spiazza perché dice cose sensate nell’unico modo in cui Morrissey sa dirle. E questo, che sia giusto o sbagliato, nella necessità di discernere l’opera dall’artista, ci fa alzare le mani di fronte a un’opera che forse non è perfetta ma che riesce a trascinarci in un “modo a parte” con modalità che sono concesse solo ai più grandi.
Bombardato da contraddizioni, Morrissey ha disprezzato il nostro Paese ma è il posto nel quale ha registrato le cose migliori di questo disco, in compagnia di Ennio Morricone che ha scritto arrangiamenti da pelle d’oca. E lui, da bambinone capriccioso, alla fine ha sgualcito il grugno, ha sfilato la penna dal taschino e ha scritto con la stessa freschezza di quando aveva vent’anni, con la stessa rabbia e le stesse incongruenze tra cui quella che lo accanisce contro i dirigenti della major discografiche, il loro potere sugli artisti e il loro “controllo nazista”, contraddicendosi con la firma del nuovo contratto con BMG.
E noi che siamo da questa parte, soprattutto coloro di noi che stanno sulla cinquantina, restiamo increduli, spiazzati da un album che avremmo voluto massacrare, che in cuor nostro avremmo preferito debole e inconcludente e che invece… è una delle cose migliori della sua intera carriera.
Rimarremo sempre stupidi dalla facilità con cui Morrissey scrive i suoi testi e dalla continua voglia di parlare e imporsi che da essi traspare. The Girl from Tel Aviv Who Wouldn’t Kneel (ispirata dall’opera di Etty Hillesum), When You Open Your Legs e la struggente, magnifica Israel sono ambientate in Israele e fanno a loro modo politica abbinando il tocco leggero imposto dal momento delicato in cui si trova oggi il Medio Oriente con una forza letteraria talmente completa da non lasciare dubbi sul valore di un autore, perfino quando non si è del tutto d’accordo con quel che scrive. Perché riesce a spiazzarti usando una maestria e una delicatezza che vorresti sapesse impiegare anche nelle sue esternazioni extra musicali. morrissey_tshirt200Perché ci ha fatto arrabbiare quella volta che ha detto che “L’Italia è pericolosa come la Siria” (solo perché un poliziotto stava facendo il suo lavoro mentre qualcuno lo scorrazzava in auto contromano per il centro di Roma) ma adesso ci fa sorridere la canzone che si intitola Who Will Protect us From The Police? (Chi ci proteggerà dalla Polizia?, con tanto di maglietta abbinata) perché pensi che allora era solo una maldestra strategia di marketing e che fare un po’ di casino gli servisse per alimentare il suo lavoro di rockstar.
Insomma, mettetela come vi pare: sicuramente è difficile pensare a Morrissey come a una persona equilibrata e tollerante, ha mille difetti con l’unico pregio di non cercare di nasconderli. Ma. È un pregio che si pone come veicolo per scrivere canzoni che sono un marchio di fabbrica, inimitabili e senza tempo e per le quali è necessario riconoscere il merito a una band ormai consolidata che schiera in prima linea
il fidato chitarrista Boz Boorer e, subito dietro, Jesse Tobias (anche lui chitarra), Gustavo Manzur (tastiere), Mando Lopez (bassista il cui figliolo Max appare in copertina) e Matt Walker (batteria). Ognuno di loro, ad eccezione di Walker, firma a turno le musiche dell’album, tutte incentrate a sviluppare un pop rock chitarristico e orecchiabile con solo qualche numero un po’ più debole, quando eccedono atmosfere latin un tantino fuori parte. Per il resto c’è tutto un corollario di pezzi fatti apposta per rimanere in testa, suggellati da versi che impiegano l’immaginario di un Morrissey vicino ai 60 che non risparmia le solite cattiverie (I Wish You Lonely), qualche criptica nota autobiografica (Jacky’s Only Happy When She’s up on The Stage) e maturi struggimenti socio-sentimentali (My Love, I’d do Anything For You).
Tutto al servizio di un album da manuale sul quale la produzione brillante e poliedrica di Joe Ciccarelli (uno che ha prodotto veramente di tutto, da Frank Zappa a Mika) si configura come la ciliegina sulla torta.

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