csh_toledo2Etichetta: Matador
Tracce: 10 – Durata: 71:16
Genere: Rock
Sito: carseatheadrest.com
Voto: 7/10

Poco amati (e di conseguenza piuttosto oscuri) qui in Italia, Car Seat Headrest sono una delle più interessanti realtà rock degli anni ’10. In realtà non sono nemmeno una vera band quanto piuttosto il progetto di un certo Will Toledo (registrato all’anagrafe di Leesburg in Virginia come William James Toledo Barnes) che a Seattle, dove principalmente lavora ha un pubblico piuttosto di culto. Un culto tale da incuriosire la Matador Records che ha fatto carte false pur di averlo nel proprio roster già nel 2015 quando, sempre col moniker CSH, pubblicò Teens of Denial.
Il nuovo disco, tuttavia, rappresenta un’operazione piuttosto bizzarra perché consiste nella riedizione di un album realizzato in autonomia da Toledo nel 2011 su un laptop e distribuito direttamente e gratuitamente attraverso Bandcamp.

 
Twin Fantasy, oggi, è stato completamente reinciso col supporto di una vera band, in uno studio professionale e messo in commercio dalla Matador con la stessa grafica dell’originale modificando appena il titolo con un “Face to Face” tra parentesi. L’intenzione era quella di promuovere le qualità dell’album in un formato che potesse raggiungere un ampio bacino di pubblico ma senza svilire il pregresso. Ne è prova il fatto che la registrazione originale, col titolo modificato in Twin Fantasy (Mirror by Mirror) sia già in programma per una ristampa che Matador renderà disponibile per il prossimo Record Store Day.
Se qualcuno conosce già il disco originario sappia che questa nuova versione non aggiunge granché a parte una migliore cura del suono e una ovvia corposità degli arrangiamenti; caratteristiche che, per certi versi, potrebbero anche essere lette come un difetto, se non fosse che il disco originale è ancora lì, nel Bandcamp di Toledo e sempre gratuitamente.
È un disco di rock piuttosto classico, realizzato da un autore nato nel 1992 e quindi sufficientemente giovane da riuscire a far convivere senza imbarazzo le guizzanti armonie degli America con l’acidità distorta dei Nirvana e le trame epiche degli Arcade Fire con ritornelli beatlesiani. Si tratta, in definitiva, di un bel documento sullo stato dell’indie rock americano nell’era del suo ufficiale declino e la dimostrazione che, in fin dei conti, non conta molto il linguaggio che viene usato quanto piuttosto la sincerità che si mette in gioco per esprimersi. La stessa che riesce a mantenere inalterato il valore di un’opera anche se la rifai uguale a sette anni di distanza.

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