lady_ubuntu_band2Etichetta: Cloudhead-Records / Dotto
Tracce 12 – Durata: 41:25
Genere: Rock, Sperimentale, Spoken
Sito: Facebook
Voto: 6/10

Il titolo integrale del nuovo disco dei Lady Ubuntu è Signore se esistessi non sentirei più il ritmo orrendo del pensiero che si avvita e, già da solo, esprime la tipologia di prodotto che ci si ritrova tra le mani.
La band di Alessandria basa il suo operato principalmente  su una forma di spoken itellettual(oid)e che si sviluppa sulla base di un rap alternativo denso di messaggi disturbanti e pungenti. Le canzoni di questo disco evidenziano una teatralità insinuante che tende a preferire il contenuto alla fluidità delle rime nascondendo sottotraccia una caustica irriverenza che, nonostante trame sonore poliedriche e moltiformi, non è mai accomodante e non concede praticamente nulla alla spensieratezza.
Sia che vengano espresse in chiave funeral-funk (Lo Senti? (Quello che ti schiaccia)), rock-lisergico (Non sentirei più il ritmo orrendo del pensiero che si avvita (ospiti i Camillas)) o elettronica old-skull  (Il Denaro) i brani di questo disco sono per prima cosa urticanti, fastidiosi, antipatici, come fosse questa l’unica forma possibile per esasperare il disagio oltre che l’unico inevitabile modo per amplificare le ruvidità del genere umano partendo dagli spigoli degli Stormi Six e dell’Ivan Cattaneo anni ’70 con la stessa indisponente provocazione.

Ma. Lady Ubuntu non sono ironici.  E se lo sono hanno un registro talmente grave da risultare più che altro erosivi e urticanti. Nel loro disco si stona di proposito, si dicono parole fuori contesto, si incidono pezzi di musica improvvisata, si eccede in blasfemia e turpiloquio unicamente per non passare inosservati ma… non lo si fa mai per riderci su, come farebbero, per dire, Elio e le storie tese, no. Lady Ubuntu sono dei teppisti veri, degli attaccabrighe nerd che scarabocchiano la facciata di un palazzo antico con la bomboletta spray.
Tutto suona fastidioso ma tutto alla fine è  fastidiosamente attraente, per una ragione che sembra inafferrabile. Si resta di stucco perché da questo disco si riescono a enumerare molti difetti e nessuna qualità e, ciò nonostante, siamo rapiti, intrappolati nel suo orribile effetto di rifrazione: uno specchio che ci mostra quanto siamo fatti male con la stessa violenza con cui, ricolmi di vanagloria e  immensa tracotanza, noi stessi ci vantiamo della nostra inesistente superiorità.

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