zen_circus_fuoco_band200Etichetta: Woodworm
Tracce: 13 – Durata: 50:28
Genere: Pop Rock
Sito: Facebook  
Voto: 7/10

Nonostante l’appellativo “indie” in tempi recenti in Italia abbia assunto valori ben distanti da quelli originari, The Zen Circus possono ancora definirsi tali, vuoi per il rigore con cui tengono alta la bandiera della loro linea editoriale e vuoi anche per la fedeltà dimostrata alla discografia indipendente allineando, da questo numero di catalogo, la fiorentina Woodworm alla consueta La Tempesta.
Forti di uno zoccolo duro che li segue ai concerti da una ventina d’anni, la band di Andrea Appino ha saputo adeguarsi, senza grandi problemi né difficoltà, alle nuove modalità promozionali inserendo in booking anche i tanto vituperati in-store (o firma-copie che dir si voglia).
Il fuoco in una stanza è un disco che fa fondamentalmente un passo essenziale nella loro carriera volto principalmente ad addolcire il suono e a smussare qualche angolo in favore di una visibilità che, grazie alla popolarità di cui parlavamo in apertura, consentirà loro di allargare un bacino d’utenza già di per sé piuttosto cospicuo.

Sia ben chiaro che la band non è in alcun modo scaduta e che la scelta di scendere a compromessi è votata unicamente ad una volontà divulgativa che non intacchi l’aspetto contenutistico. Anzi, proprio attraverso una maggiore accessibilità, il loro lavoro risulta ancora più potente con brani come la title track, la lunga Questa non è una canzone o anche la conclusiva Caro Luca, fatte di arrangiamenti raffinati, con pianoforte e archi in un formato pop-cantautorale (tra Cesare Cremonini, Claudio BaglioniFrancesco DeGregori), che non fanno che confermare la lungimiranza di una formazione che sa di doversi adeguare a un linguaggio che non può più essere (solo) quello del rock.
Però, attenti: il rock c’è eccome e perfino declinato in varie forme come quella yè-yè vagamente Stokes di Quello che funziona e Panico, quello più acido e stonesiano di Emily No ma anche quello grunge de La teoria delle stringhe.
Liricamente ci sono tutte le digressioni tra il dissacratorio e l’autobiografico di un Appino in rinnovato stato di grazia e che stavolta, grazie proprio alla brillantezza sonora di un album poliedrico e orecchiabile, sapranno essere ancora più efficaci.

La stupenda copertina è opera di Ilaria Magliocchetti Lombi.

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