tracey_thorn_lei200Etichetta: Merge
Tracce: 9 – Durata: 35:45
Genere: Pop
Sito: traceythorn.com
Voto: 8/10

Leggendo gli articoli (bellissimi) che scrive per New Statesman (riportati in italiano su Internazionale) era lecito pensare che alla sua carriera musicale Tracey Thorn non stesse dando più molta importanza. In quelle occasioni in cui parla di musica, più precisamente della musica pop cui s’è sempre dedicata, dice di sentirsi ormai superata. Con molta ironia ma con invidiabile compostezza, parla spesso dei suoi figli (due gemelle di vent’anni e un ragazzo di quasi diciotto), della musica che ascoltano e della difficoltà che ha nel condividerne i gusti.  Ecco, Record è l’esposizione più o meno perfetta di questa difficoltà, il manifesto per illustrare un divario preciso e netto sul proprio concetto di musica pop e dell’inevitabilità di doversi principalmente rivolgere a un pubblico di soli suoi coetanei.
Eppure io, che sono un suo coetaneo che nutre una certa idiosincrasia per le celebrazioni degli anni ’80, confesso che la prima impressione durante l’ascolto dell’album non è stata per niente positiva. L’enfasi sull’aspetto electro-vintage mi appariva posticcia, vagamente fastidiosa e in certe occasioni (quelle in cui Thorn è più battagliera) perfino fuori luogo. Poi però c’era qualcosa che mi teneva incollato all’ascolto, senz’altro era la voce di Tracey, ancora oggi tra le più commoventi, sexy e comunicative di sempre ma, soprattutto, mi colpiva ciò che quella voce stava dicendo… Su condizione femminile, sessualità, violenza, social-network, Thorn ha scelto di esprimersi con un metodo così perfetto che non poteva lasciarmi indifferente. Puntando sulle sonorità che le sono più congeniali ha utilizzato lo stesso metodo che, a ben vedere, impiega quando scrive i suoi articoli di costume, aprendo il cuore, evitando iperboli, abbinando le parole nella maniera più efficace affinché risultino semplici, dirette, squisitamente ironiche e al contempo magnificamente poetiche. Piano piano mi appariva chiaro che Record era in grado di “arrivare” ai teen-ager di oggi con la stessa efficacia con la quale arriva a quelli di trent’anni fa. Perché nonostante gli evidenti richiami a italo-disco (Guitar, QueenBabies, Dancefloor), soul (Air, Sister con ospite Corinne Bailey Rae), trip-hop (Go) e pop-dance (Smoke), siamo al cospetto di una scelta stilistica curata nei minimi particolari dall’autrice col produttore Ewan Pearson, che usa linguaggi così connotati unicamente come pretesto, puntando a far emergere una scrittura argutamente impeccabile che rifugge qualsiasi apparente sensazione di nostalgia diventando emozionante, intensa,  ricca e, in base a ciò, praticamente senza tempo.

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