eminem_kamikaze200Etichetta: Aftermath Records
Tracce: 13 – Durata: 45:49
Genere: Rap
Sito: www.eminem.com 
Voto: 7/10

Diciamolo: il dissing ha perso il suo fascino, non è più cool e non è più nemmeno divertente. È qualcosa che fa sorridere le nuove generazioni allo stesso modo in cui i capelli lunghi facevano sorridere i punk di Camden Town. Per questa ragione, quell’approccio oggi è consentito solo a chi ha la stoffa per proporlo in modo credibile e, se anche a voi viene in mente un solo nome, sono certo sia quello di Eminem.
Così, come un autentico Kamizake, Slim Shady torna a fare il suo mestiere nell’unica maniera in cui sia in grado di riuscirci: atteggiandosi, sparandole grosse, senza vergogna. Se col precedente Revival c’era un generale scontento, per questioni che sembravano più anagrafiche che altro, in questo giro Eminem smette di cercare una nuova pelle e realizza un’opera autoriale e piena di nomi e cognomi per una sorta di diss-album che riesce nell’arduo compito di apparire tutt’altro che fuori tempo.
Già dai primi giri si capisce di aver ritrovato un rapper sopraffino che, dall’alto della sua storia, prova a mettere in riga le nuove generazioni scagliandosi con una forma di guizzante nonnismo contro i vari Lil Pump, Vince Staples, Drake e Migos ma senza risparmiare frecciatine (ironiche?) perfino per il suo amico Kendrick Lamar.
In qualche occasione sembra esserci un divertito inganno nell’esordire emulando il flow tipico della trap per poi balzare nei classici extrabeat di casa Mathers, a rimarcare la presunta superiorità della vecchia scuola, per altro messa bene in mostra da scelte stilistiche precise, inclusa quella di omaggiare la copertina di Licens to Ill dei Beastie Boys che più di trent’anni fa aveva introdotto la pelle bianca nel mondo del rap oltre che il rap nelle classifiche di vendita.
Eminem si riprende tutto ciò che era suo, dallo scanzonato turgore delle liriche, alla faccia di tolla con cui le esprime fino alla sconclusionata misoginia che rimane l’elemento più discutibile della sua scrittura e che, a quasi 46 anni di età, suona ancora più disturbante.
Justin “Bon Iver” Vernon, è ospite in un brano (Fall), sebbene non sia apertamente accreditato. Forse si tratta di una semplice dimenticanza o di una regola legale o contrattuale ma ci sono voci che ipotizzano si tratti di un preciso diniego a causa di un testo nel quale Eminem, se la prende (tra gli altri) con il collega Tyler, The Creator, recentemente dichiaratosi bisex sostenendo, tra le rime, che “Tyler create nothin’, I see why you called yourself a faggot, bitch, It’s just ‘cause you lack attention…” (più o meno: “Tyler non hai inventato niente. Ora capisco perché ti definisci frocio o troia: è per via del calo di attenzione nei tuoi confronti“). Sì, insomma… solite cose che in mano a chiunque altro suonerebbero vecchie, noiose e un po’ naif che invece in mano a Eminem sanno risultare efficaci.

Musicalmente il disco è super-pop, come quelli del suo periodo più florido ma, come è inevitabile nelle composizioni di questo genere, non è possibile apprezzare il playback senza dare il giusto peso ai testi. E i testi che restando rigidamente legati alla tecnica sopraffina di Slim Shady e si identificano con le sboronate presuntuose di chi non riesce a fare a meno di ricordarci che “(…) ho ispirato gli Hopsin, i Logic, i Cole, gli Sean, i Kendrick, i 5’9 e… ho portato 50 Cent al mondo”. Ai profani potrà sembrare anche poco ma chi è appassionato di rap e hip hop sa bene che… non lo è affatto.

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