krisma_fido_front200Etichetta: Rubellan Remasters 
Tracce: 15 – Durata: 58:26
Genere: Elettronica
Sito: rubellanremasters.com/krisma 
Voto: 8/10

Con immenso piacere apprendo che Fido, l’album americano dei Krisma, l’unico della band che ancora mancava all’appello delle ristampe, è stato finalmente rimasterizzato e pubblicato su CD per la prima volta a 35 anni dalla sua originale apparizione. A dire il vero mancherebbe anche il maldestro capitolo Non ho denaro ma trattandosi di un album in parte rinnegato dal duo, quella è un’altra storia. Ne riparleremo.
L’operazione di recupero di Fido, curata dalla Rubellan Remasters, è fatta molto bene perché arricchisce l’album del 1983 di alcune bonus track rappresentate dai singoli che la Atlantic aveva pubblicato nei mesi precedenti alla pubblicazione, brani che avevano avuto molto riscontro in Europa e che l’etichetta di Ahmet Ertegün aveva voluto far circolare tra i club di New York per verificare la risposta del pubblico. Si tratta Many Kisses (originariamente su Cathode Mamma del 1980), MiamiSamora Club (col titolo internazionale Samora) e Water (ossatura dell’immenso Clandestine Anticipation del 1982) nei rarissimi e ricercatissimi missaggi americani, piuttosto diversi da quelli che conosciamo. 
Ma per parlarvi di Fido (che in Europa uscì col titolo Nothing to do With The Dog, Franton records 1983) mi appello alla scheda de mio libro CHyberNation del 2011. Eccola:

krisma_fido_ntdwtd200 Nothing to do With The Dog – LP: Franton Records – FR 3100-1 (1983) / Fido – LP: Atlantic Records – 7 80103-1 (1983)
Composto da Maurizio Arcieri su Casio MT-65.
Collaborazione ai testi: Arto Lindsay.
MT-65 modifcato da Eddie Ciletti, programmato da Maurizio Arcieri; Voci di Maurizio Arcieri e Christina Moser.
Registrato agli Atlantic Recording Studios di New York tra febbraio e maggio 1983.
Fonico: Bill Dooley; Missaggio: Maurizio Arcieri; Master di George Piros; Foto di copertina: Edo Bertoglio – Ritocco digitale di Ralph Wernli; Direttore artistico: Bob Defrin.

Il discreto riscontro ricevuto oltreoceano dal remix di Miami, prodotto dall’Atlantic, convinse gli Arcieri a precipitarsi a New York per proporre il nuovo disco alla casa discografica dei fratelli Ertegün. L’incontro con l’A&R Bob Defrin andò talmente bene che l’Atlantic, oltre ad accettare l’incarico, pensò ad organizzare un team di collaboratori in grado di mettere i Krisma a proprio agio in un ambiente così nuovo e di offrire loro per tre mesi i famosi studi di New York. Per la scrittura dei testi Maurizio e Kristina furono affiancati da un’autentica colonna dell’avanguardia newyorkese, Arto Lindsay, membro fondatore di The Lounge Lizards e collaboratore, tra gli altri, di Brian Eno, John Zorn, David Byrne e Laurie Anderson. Il contratto italiano con la CGD non era stato rinnovato e così i Krisma furono liberi di accettare. In verità avevano stretto un accordo anche con una piccola etichetta di Venezia, la neonata Franton Records, che avrebbe debuttato nel mondo della discografia proprio con il loro nuovo album ottenendone l’esclusiva per l’Italia.
Il brano trainante, uscito anche su 45 giri ed intitolato Nothing to do With The Dog, convinse i Krisma a scegliere per l’album un titolo che facesse ironicamente  riferimento al mondo cinofilo e la prima opzione,  Rin Tin Tin, venne presto abbandonata per ragioni legate al copyright, di proprietà di Miss Daphne Hereford. Ma di traversie legate al titolo ce ne sono altre e non è mai stata fatta sufficiente chiarezza sul motivo per cui alle due edizioni furono attribuiti nomi differenti, sebbene non sia difficile immaginarlo: l’Atlantic lo chiamò Fido (nome universale per il miglior amico dell’uomo), mentre la Franton fu costretta a licenziarlo come Nothing to do With The Dog, mutuando il titolo dal primo 45 giri estratto.
krisma_fido_back200Purtroppo la piccola etichetta veneziana non riuscì a competere con il colosso statunitense (che oltreoceano sosteneva il disco con massicci passaggi radiofonici e televisivi del brano trainante) e nonostante gli sforzi per realizzare, oltre al 45 giri, anche una versione remix per le discoteche, non riuscì ad affrontare i costi di promozione e lasciò che l’album in Italia passasse praticamente inosservato. La registrazione stessa, sebbene in entrambe le edizioni la scaletta fosse identica, sembra non corrispondere al master originale e il suono dell’edizione italiana risulta oltremodo penalizzato da una dinamica assai scadente.
Il disco, bisogna riconoscerlo, non è dei più facili e ad una prima analisi può risultare monocorde. La ragione è da cercare nell’origine stessa del progetto, cioè la realizzazione di un intero album utilizzando unicamente una tastiera Casiotone MT-65. Si tratta di uno strumento CASIO, poco più di un giocattolo come se ne vedevano molti in quegli anni, che oltre alle classiche tre ottave di tastiera comprende anche alcuni moduli ritmici e una varietà di armonizzatori di accompagnamento. A differenza di altre tastiere analoghe, l’MT-65 era dotato di una versatilità per quei tempi particolarmente avanzata e permetteva di abbinare tra loro un numero cospicuo di combinazioni di suoni e ritmi, in modo da ottenere molteplici congiunzioni armoniche. Tuttavia si trattava sempre di un giocattolo, e per agevolare il processo di registrazione si presentò la necessità di apportare alcune modifiche. A questo scopo Maurizio, che aveva idee molto chiare sul tipo di intervento da effettuare, convocò Eddie Ciletti, un tecnico elettronico del Minnesota (di evidenti origini italiane) molto rispettato nell’ambiente musicale americano, al quale chiese di intervenire a tempo di record sulla tastiera. Sentito sull’argomento, Eddie oggi ricorda così quell’incarico: “Ho modificato l’MT-65 in modo da poter sincronizzare le parti di batteria e armonizzatore con il tape-sync (un dispositivo correlato alla tecnologia MIDI che, prima dell’avvento della registrazione digitale, permetteva di sincronizzare sul nastro magnetico i pattern ritmici elettronici) in modo da utilizzare il Casiotone come ‘slave’. Non era perfetto, ma quel processo è stato un’anticipazione di ciò che sarebbe accaduto in futuro.

Rimane il fatto che un intero album realizzato con un giocattolo, sia pure brillante come l’MT-65, è difficile tanto da realizzare quanto da vendere. L’intento di farne un prodotto destinato al grande pubblico impose che la ricerca cedesse frequentemente il passo alla leggerezza e in aiuto all’operazione arrivò anche l’ingresso della prima cover nella storia dei coniugi Arcieri, dai tempi della carriera solista di Maurizio. Si tratta di una versione elettronica di I’m Not in Love, evergreen dei 10cc, per cui venne girato anche un enigmatico video che alternava immagini dei Krisma ad alcuni filmati storici di Stalin. Un brano che, assieme all’orecchiabile Nothing to do With The Dog, rappresenta uno dei punti cardine di un album che porta all’eccesso il percorso di sintesi iniziato ai tempi di Hibernation. Un eccesso che convincerà i Krisma ad assentarsi dalle scene per qualche anno prima di potersi rimettere in gioco con la consueta necessità di rinnovamento.


Qui di seguito un frammento dell’intervista (sempre tratta da CHyberNation) nella quale i Krisma mi raccontano della loro esperienza americana:

Christina: A New York dovevamo starci per quindici giorni e decidemmo di vivercela alla grande: prendemmo un mega albergone di super lusso. Pensavamo: Siamo in questa città favolosa, vorremo mica andare alla Pensione Mariuccia?! Così affittammo un piano intero di questo albergo a Manhattan prima di andare all’incontro con Machat.

Maurizio
: Non sapendo bene cosa stesse succedendo, provammo a fargli ascoltare un po’ della nostra musica ma lui, quasi minimizzando, disse: “Sì, sì, va bene, va bene… ho già fissato un appuntamento con l’Atlantic Records”. Hai presente?

Come no?! La musica soul, i Led Zeppelin, gli Chic… la creatura di Ahmet Ertegün!

Christina: Ahmet! Una persona fantastica. Ho conosciuto anche la moglie a casa loro, un appartamento che non ti dico sull’Ottantunesima Est, la parte super esclusiva di New York City. Quando lo abbiamo incontrato la prima volta, in Atlantic, fece la parte del colosso discografco che era e disse qualcosa tipo: “Io sono il Signor No, dovrei sempre dire di no”, ma la mia prontezza di spirito mi spinse a rispondergli: “Perché un no abbia valore, è necessario saper dire qualche sì” e in qualche modo lo conquistai perché… disse di sì. Chiamò le sue segretarie, tre stupende ragazze nere con le quali diventammo molto amici, e fece preparare il contratto aggiungendo: “OK, potete andare sulla Sessantanovesima, dove ci sono i nostri studi di registrazione”

Maurizio
: Al momento di firmare il contratto, scoprimmo che la cifra era esagerata. Ci offrivano davvero troppi soldi, stavamo attorno al mezzo milione di dollari: ci eravamo anche un po’ insospettiti. Però fatti tutti i controlli di rigore alla Chemical Bank, capimmo che era tutto regolare: i soldi erano già sul nostro conto. In America è così (o almeno così era a quel tempo): alla firma del contratto, senza sapere se le vendite andranno bene, si riscuote la cifra stabilita. Questo perché il peggio che può accadere è che tu vada in perdita. E le perdite, grazie alla Gain Tax (un’imposta applicata sui redditi di capitale), contribuiscono a garantire comunque un’entrata. Rimaneva da capire come mai avessero voluto investire una cifra di quel genere su un gruppo come il nostro e la sera dopo lo scoprii: ci chiamò Marc Almond, che era in America in promozione con i Soft Cell, e ci invitò ad andare al Roxy, un locale di neri, molto fico e molto underground, dove a un certo punto il DJ mise un nostro pezzo, Black Silk Stocking o Miami, non ricordo. Il suono, però, sembrava molto più potente. L’effetto era curioso e mi avvicinai alla consolle per scoprire che, in tempo reale, il DJ aveva aggiunto un ritmo elettronico di una drum machine e ogni tanto faceva lo scratching col disco, una cosa che dalle nostre parti non s’era ancora vista. Qualche tempo dopo realizzai che quel DJ era Afrika Bambaataa ma quella stessa sera mi resi conto che alla Atlantic, etichetta specializzata in rhythm & blues, della nostra musica avevano intuito le potenzialità dance. Avevamo, in qualche modo, contribuito alla nascita dell’hip-hop ed era diventato chiaro il motivo per il quale ci avevano voluto a lavorare con loro.

Christina
: Ovviamente prendemmo la palla al balzo e ci trasferimmo a New York. L’ultimo ricordo che ho dell’Italia è la tragedia di Vermicino e un concerto favoloso ad Anacapri con Frank Zappa, che suonò Miami con noi. L’Atlantic in USA cominciò a pubblicare regolarmente dei nostri brani su alcuni 12” che avevano molto riscontro nei club dei neri. Questa era anche la ragione per la quale i nostri dischi uscivano con delle copertine generiche, le classiche buste bianche col buco centrale.
Quando chiesi ai dirigenti dell’etichetta se c’era qualche ragione legata alla nostra immagine, mi risposero proprio che il motivo era il colore della nostra pelle. “Voi piacete agli
Afro-americans: se si viene a sapere che siete bianchi ed europei, non funzionereste allo stesso modo”. Noi, che avevamo comunque già servizi fotografici e copertine su un sacco di magazine specializzati, eravamo stupiti di questa cosa. Eravamo amici di Glenn O’Brian, John Luongo era impazzito per i nostri suoni e remissava i nostri pezzi, eravamo stabili al Danceteria dove spesso veniva a sentirci anche Martin Machat e dove giocavo ai videogame con i Ramones mentre al piano di sotto si esibiva Madonna eccetera eccetera… e in tutto questo i nostri dischi uscivano senza un’iconografa adeguata. Ci dispiaceva.

Maurizio
: Anche perché eravamo tra i pochi bianchi ad avere accesso alle discoteche black. Entravamo senza problemi al Paradise Garage, al Roxy ed anche al New Berlin che era un posto all-black, pieno di gente assurda ed anche, per così dire, poco raccomandabile.

Però poi con Fido siete riusciti ad arrivare anche in copertina!

Maurizio: Sì, perché a loro piaceva molto quest’idea di un album realizzato solo con un Casio MT-65. Avevano capito che l’idea era forte, che l’elettronica minimale di quella piccola tastiera poteva avere potenzialità incredibili.
Qui da noi avrebbe dovuto stamparlo la CGD, con cui avevamo un contratto per l’Italia e per la Spagna, ma quando lo facemmo sentire al direttore artistico, Caterina Caselli, ci disse di non essere interessata a un album di quel genere.

Agli americani invece piaceva… 

Maurizio
: Moltissimo. Per esempio, frequentando il giro underground newyorkese, incontrammo anche Arto Lindsay, che era un nostro fan, gli piaceva quello che facevamo e il modo in cui lo facevamo. Lo invitammo in studio e cercammo di coinvolgerlo in una collaborazione.

Christina
: C’è stata subito sintonia. Noi trovavamo fantastico che lui non volesse imparare a suonare, che non avesse alcuna cognizione musicale tecnica e volesse rimanere libero di potersi esprimere senza preconcetti. Lindsay invece era molto incuriosito dal nostro modo di lavorare, andava pazzo per la nostra ritrosia nei confronti delle chitarre e così rimase in studio e finì per aiutarci coi testi.
Tutto iniziò dalle parole di Nothing to do With The Dog perché io volevo a tutti i costi raccontare questa cosa dei pappagalli* e lui mi aiutò ad esprimere il concetto che arrivava da un’idea di Maurizio.

Maurizio
: C’era questa cosa che mi girava per la testa: “i pappagalli, invecchiando, sono attratti dal tragico”, la suggerii a Christina e Arto sviluppò con lei le liriche del pezzo inventandosi ‘sto pappagallo che cresce in una fattoria e, imitando i cani, impara ad abbaiare pur tuttavia restando sempre un pappagallo con… niente a che vedere con il cane.

Christina
: Ovviamente fu amore a prima vista: Arto Lindsay aveva compreso perfettamente il nostro spirito e fu facilissimo continuare a lavorare con lui alla stesura dei testi anche per le altre canzoni.

E in Italia, invece, la CGD non si dimostrò interessata a Fido. Cosa successe? Perché finì alla piccola Franton?

Christina: Il contratto con L’Atlantic era solo per l’America. Per altri Stati e continenti (Canada, Australia, Giappone eccetera) eravamo completamente liberi e infatti Machat ci piazzò in tutti questi mercati senza difficoltà. Per Italia e Spagna, invece, avevamo un legame con Caterina Caselli ma l’avvocato ci disse che non si erano dimostrati entusiasti dell’album. Avevamo chiesto cinquanta milioni, offrendo come garanzia il successo già ottenuto in USA dove MTV ci aveva messo in heavy rotation.

Maurizio
: Insomma l’avvocato ci raggiunse a New York e ci disse che alla CGD non erano interessati a Fido, di dimenticarci di loro perché non ci volevano bene e non avevano intenzione di pubblicare un disco come quello. Noi avevamo già ceduto le edizioni per l’Italia alla casa editrice Franton perché Francesco Sanavio, uno dei manager che lavorava per loro, ce le aveva chieste durante un suo soggiorno a New York. All’inizio erano proprietari solo delle edizioni, non erano una casa discografca, ma dopo aver constatato che la CDG non avrebbe pubblicato l’album, ci accordammo per una pubblicazione italiana con il loro marchio; era la loro prima esperienza in questo senso. Noi avevamo molta fiducia in Sanavio perché lavorava con grandi star internazionali e fummo contenti di tentare questa collaborazione. La Caselli, però, dopo un po’ ci fece causa.

Christina
: Eravamo tornati in Italia per partecipare ad una tappa del Festivalbar a Siena e all’indomani della nostra partecipazione alla manifestazione, fummo svegliati alle sei di mattina dalla Polizia Giudiziaria che ci presentò una citazione della CGD per inadempienza contrattuale. La cosa ci colse di sorpresa perché eravamo convinti che fossero stati loro a non adempiere agli accordi, rifiutando il nostro album, quando in realtà ci rendemmo conto che la Caselli s’era incazzata principalmente perché non eravamo disposti a stare alle sue condizioni, non eravamo asserviti. Noi, per non creare casini, davanti al giudice lasciammo che fosse l’avvocato della CGD a stabilire le condizioni per lasciarci liberi e venne deciso che si sarebbero presi il dovuto, a scalare, sulle edizioni di cui erano ancora proprietari. Poca roba, per fortuna.

Maurizio
: Questo ovviamente ci ha molto disturbato perché ci è toccato aspettare molto tempo prima di poter pubblicare qualcosa di nuovo in Italia. La Caselli, in defnitiva, ci ha molto danneggiato.

Christina
: Eravamo dispiaciuti perché i rapporti in CGD erano iniziati sotto i migliori auspici: avevamo preso accordi con Alfredo Cerruti, che noi stimavamo molto, però dopo poco se ne andò lasciandoci in balia della Caselli…

La vita di un pappagallo è più lunga di tre vite umane
E i pappagalli di ogni età adorano essere imitati
Solo i pappagalli giovani possono imparare una lingua nuova
Perché i pappagalli vecchi sono troppo attratti dal tragico
Ma se un pappagallo cresce in una fattoria ed impara ad abbaiare
Quando morde non ha niente a che vedere con il cane
 …

(Nothing to do With The Dog)

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