mark_hollis_LP_photoArtista: Mark Hollis
Etichetta: Polydor
Anno: 1998

Vent’anni fa, all’inizio del 1998, Mark Hollis concedeva l’unico, ultimo e (apparentemente) definitivo album della sua carriera, per onorare un contratto discografico modificato a suo favore e mutuato da quello firmato anni prima per la sua band Talk Talk.
La storia dei Talk Talk è legata a doppio filo con quella di Mark Hollis e se per il suo disco eponimo è scorretto parlare di “ultimo disco dei Talk Talk” forse è plausibile pensare che invece gli ultimi due capitoli firmati dal gruppo si possano considerare come i primi due lavori solisti di Hollis. In realtà, come dicevamo in apertura, il contratto con la Polydor prevedeva due album del gruppo e nel 1998 Hollis iniziò a lavorare su un disco intitolato Mountains of the Moon che ne rispettasse gli oneri. Considerato come un ipotetico “Volume 2” del precedente Laughing Stock uscito nel 1991, per ragioni forse riconducibili al fatto che non vi erano contributi da parte degli altri storici membri dei Talk Talk, che di fatto si erano sciolti, e per evitare che vi fossero richieste di concerti impossibili da effettuare, si raggiunse l’accordo di accreditare il disco al solo Hollis abbandonando anche l’idea originaria per il titolo.
hollisLa natura dell’album è effettivamente quella di un lavoro che prosegue la natura minimale di Laughing Stock: inizia con lo stesso lungo silenzio in apertura e si sviluppa sulla voce dell’autore su un piano alternativo, proveniente quasi da un mondo sconosciuto e sorretta da un’esile simbiosi di strumenti acustici, etnici e tradizionali in favore di una canzone “ambient” vagamente opacizzata. L’immenso parterre di strumentisti e collaboratori è in grado di offrire un suono rarefatto che sposta le regole della musica pop verso un universo “altro”, in un percorso che somiglia a quello di un altro ex teen-idol come David Sylvian, estremizzato nell’effetto di sottrazione. Tutti i brani, con l’eccezione di The Colour of SpringWestward Bound e Inside Looking Out, sono firmati a quattro mani con Warne Livesey inizialmente convocato come produttore e poi rimasto nelle retrovie per lasciare che fosse l’autore ad occuparsi dell’intera direzione. Il disco sembra talmente congegnato per aprire una strada artistica che si rimane di stucco quando, col senno di poi, ci tocca fare i conti con la sua natura di epilogo. La strada, a suo modo, l’ha aperta ma anziché metterla a favore della carriera del suo artefice è orientata allo sviluppo di quella di molti giovani colleghi che hanno per questo disco una riverenza quasi senza pari e per Mark Hollis il rispetto dei discepoli.
Non si tratta di un disco straordinario, al contrario sembra più che altro il lavoro urgente di un artista con molte cose da dire e che inizia col dirle sottovoce. Si tratta, però, di un lavoro molto più complesso e flessibile di quanto non voglia lasciare intendere e per questa sua flebile disorganicità si configura come un’opera senza tempo e che ci lascia sospesi nel soave, inconsapevole fascino dell’assenza e dell’attesa. Mark Hollis si è progressivamente allontanato dalla musica, pur rimanendo in contatto con molti colleghi che ogni tanto lo invitano in studio per qualche collaborazione che lui offre con piacere purché si accetti di accreditarlo con pseudonimi. Sei anni fa, nel settembre del 2012, concesse un suo breve brano strumentale come sigla per uno degli episodi della serie TV Boss. Sebbene si sia trattato di una specie di ritorno ufficiale alla musica, il brano (intitolato ARB Section 1) non venne mai pubblicato e Hollis tornò subito nell’adorato oblio della sua vita privata. Mark Hollis, il suo unico disco ufficiale, rimane con noi come una perla che con gli anni acquista valore, come un quadro di Burri, monocromatico ma pieno di sconfinanti orizzonti alternativi.

Mark Hollis è uscito il 26 Gennaio 1998 su dischi Polydor, ristampato su Pond Life il 13 Marzo 2000. Nel 2003, il disco è uscito per la prima volta in vinile (Universal).

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