diluvio_band200Etichetta: Autoproduzione
Tracce: 5 – Durata: 21:08
Genere: Rock
Sito: Facebook 
Voto: 6/10

La prova evidente che il rock classico ha ancora molti appassionati anche tra i giovani, checché ne dicano i sostenitori della sua definitiva scomparsa, viene da dischi come Frail Skies che la giovane band Il Diluvio registra e produce con la cura e la precisione dei grandi nomi internazionali. 
L’EP ha un sound molto anni ’90, con particolare dedizione per il mainstream di quegli anni, sebbene declinato da molte delle (dichiarate) passioni degli autori come Death Cab For Cuties e Radiohead, in barba a chi si ostina a definirle ispirazioni “d’altri tempi”, “ormai superate” o “poco cool” e sicuri che si tratti di un metodo senza tempo che… prima o poi finirà col dare ragione a chi ne difende a spada tratta la superiorità. Sarà allora che verranno giustamente rivalutate perfino le tanto vituperate rock-ballad anche quando, nel gioco di retrospettiva, evitano l’acidità del modello grunge degli Alice in Chains per onorare orgogliosamente quello AoR di Journey, Rush e Def Leppard (Routes, No Hill to Climb) e quello new wave di The Psychedelic Furs o U2 (Collapsing Walls).
Nel complesso il disco risulta gradevole, scivola nei padiglioni auricolari senza difficoltà, gli arrangiamenti sono raffinati, la produzione è molto elegante e, per una musica che punta al facile ascolto, Frail Skies centra il bersaglio egregiamente. Qualcosa che manca però c’è: servirebbe un po’ di coinvolgimento, di libertà e di istinto. Non so quanto fosse nelle intenzioni della band ma le canzoni sembrano avere poca rabbia, sono più che altro riflessive e intime, non trasmettono quel senso di urgenza che è tipica del rock. Certamente sono ben scritte, ma risulta straniante trovarsi al cospetto di un lavoro così “adulto” proveniente da una band giovanissima e, almeno di primo acchito, è una caratteristica che non considero propriamente come un plusvalore. Ma Il Diluvio ha senz’altro fatto di questa linea una scelta ben precisa, si capisce dalla cura maniacale con cui hanno confezionato il loro disco e lo dimostra il fatto che appaia azzeccato (e perfino inevitabile) l’uso dell’inglese per i testi che, almeno parzialmente, concede ai brani una connotazione per la quale l’italiano non sarebbe stato all’altezza. 

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