rustinman_webbEtichetta: Domino 
Tracce: 9 – Durata: 38:02
Genere: Indie Pop
Sito: Facebook 
Voto: 8/10

Dopo la scorpacciata di consensi fatta negli anni ’80, i membri dei Talk Talk si sono dati alla macchia, pressoché dileguati salvo occasionali e sporadiche apparizioni lontane dai bagliori delle classifiche. Mark Hollis, scomparso inaspettatamente lunedì, ha concesso un’unico album all’inizio degli anni ’90, unicamente allo scopo di onorare un contratto discografico che altrimenti avrebbe comportato delle penali, mentre Paul Webb e Lee Harris unirono le forze per dar vita alla band sperimentale .O.rang, con la quale pubblicarono un paio di album tra il ’94 e il ’96.  Dopo quest’esperienza, Webb ha fatto capolino occasionalmente anche come produttore, firmando la regia di alcuni dischi per Dez MonaJames Yorkston e, con il moniker Rustin Man ha realizzato Out of Season a quattro mani con Beth Gibbons, in vacanza dai Portishead. Oggi, a diciassette anni da quell’album, ha ripristinato quell’alter ego per far uscire il suo primo ufficiale disco solista.
Drift Code è un album in cui Paul Webb/Rustin Man fa davvero tutto da solo, con l’eccezione di qualche traccia di batteria affidata al fedele Lee Harris, che riesce a esulare dalla sensazione di desolazione offerta talvolta dai lavori di sovraincisione.
La stratificazione, qui, è fatta in maniera esile e le canzoni si manifestano come piccoli quadretti naïf, col profumo della serenità trovata da un autore in stato di grazia nel comfort della propria dimora, dove la musica ricopre un ruolo di assoluta creatività. L’ultima delle ragioni a generare Drift Code è l’urgenza, appare pressoché inequivocabile. Anzi, sembra uno di quegli album in continua progressione a cui si lavora per anni e al quale, magicamente, a un certo punto non c’è più nulla da aggiungere.
Sono brani classici, che risentono tanto della scuola dell’ex sodale Mark Hollis quanto di maestri come Robert Wyatt, Arto Lindsay e il Peter Hammill più intimista. Ci si avvicina al folk senza mai raggiungerlo, si sfiorano le metriche del blues poco prima di far tornare tutto bianco, c’è sperimentazione e classicità, improvvisazione e tecnica. Appaiono frammenti jazzati mescolati a ballate da cowboy-triste, con Rustin Man che si cimenta in linee vocali inesplorate, talmente sincere da commuovere.
Forse non tutto è perfetto ma Webb ha saputo fermarsi prima che fosse il disco a prendere il sopravvento lasciando che  le imperfezioni e le piccole carenze fossero il veicolo più onesto per esprimere la sua autenticità e quella del suo lavoro.

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