TSR_FrontArtista: The Stone Roses
Etichetta: Silverstone
Anno: 1989

Ci sono dischi che segnano la marcia della musica giovanile, quella che in USA chiamano il Rock & Roll, anche se in taluni casi avviene involontariamente. In cuor suo ogni artista ha in mente di cambiare o sovvertire le regole di una corrente e, anche se a riuscirci sono in pochi, l’esordio discografico di The Stone Roses allinea il gruppo a questa categoria poiché facilmente identificabile come punto zero della brillante stagione del brit pop anni 90, sia pure senza che i quattro membri del gruppo ne fossero consapevoli. 
Quando The Stone Roses mettono in scena la loro eccitante creatività, siamo attorno alla metà degli anni ’80, il punk era una cosa dimenticata e i giovani si “divertivano” organizzando e/o partecipando ai primi rave party dove l’imperativo era sballarsi e ballare sui suoni elettronici della house. L’idea di far combaciare le ritmiche ripetitive di questa novità musicale proveniente dall’underground di Chicago con la storica scena chitarristica del rock alternativo di The Smiths e della neo psichedelia di Echo & The Bunnymen generò una scena fondamentale proprio nella città di origine degli Stone Roses, quella Manchester che aveva nei New Order i paladini del più grande rinnovamento musicale del dopo punk e che, grazie a questa nuova vitalità, venne ribattezzata Madchester.
The Hacienda, discoteca gestita proprio dai New Order, divenne il quartier generale di un momento creativo che la storia ricorderà come baggy generation

E se fu proprio Martin Hannett, loro storico produttore, a lavorare al primo singolo degli Stone Roses, fu il bassista dei New Order, Peter Hook, a firmare la regia di Elephant Stone, il loro terzo singolo nonché il primo a muovere attorno a loro un certo interesse che consentisse loro di realizzare il primo album.
TSR_Back550The Stone Roses è un disco che racchiude l’embrione di tutto quanto sarebbe successo nel mondo della musica pop inglese (con ovvie ripercussioni nel resto del mondo) nei successivi 10/15 anni, sebbene i membri del gruppo abbiano sempre preso le distanze dal movimento ma diventandone, proprio per questo, l’emblema principale.
Per produrre l’album fu convocato John Leckie, un quarantenne con il curriculum includeva lavori per John Lennon, Pink Floyd e con il loro ex leader Syd Barrett ma anche The Fall e XTC (nelle mentite spoglie psichedeliche di The Dukes of Stratosphere) e che era dunque l’uomo giusto per prendersi cura di un disco come questo.
Leckie aveva ben chiaro il concetto di rock psichedelico e il suo apporto fu fondamentale per comprendere tanto le intenzioni di John Squire e di Ian Brown (chitarrista e cantante) quanto la necessità di ottenere da Mani e Reni (bassista e batterista) la precisione ritmica necessaria per far funzionare il disco anche nei dance-club.

Senza preoccuparsi troppo delle non eccezionali capacità tecniche della band, il produttore contava sul fatto che la il quartetto avesse altre carte da giocarsi nei live per sopperire a un deficit tecnico che sarebbe stato colmato con il tempo. Leckie aveva capito che la presenza scenica, la personalità e un gusto estetico di rara qualità (le copertine dei loro dischi, in stile Jason Pollock sono opere -olio su tela- di John Squire) erano il punto da cui partire per realizzare un disco dal suono carico e moderno che potesse anche prendere una strada autonoma, assicurandosi di farlo arrivare a una enorme fascia di pubblico giovane, inglobando gli appassionati di rock tanto quanto i devoti della pista da ballo.
stonerosesMe-removebgIl lavoro si rivelò molto impegnativo, le session ai Battery Studios di Londra furono lunghe e operose ma il gruppo lavorava diligentemente affidandosi al produttore che portò a compimento un opera di eccezionale livello innovativo. Ciò nonostante (o forse proprio per questo) il disco inizialmente non convinse né il pubblico né la critica che generalmente lo liquidò con parole poco incoraggianti. Il gruppo organizzò anche un tour in teatri e locali di alto profilo, ma fu con la partecipazione a Top of The Pops nel novembre del 1989 che le cose finalmente cominciarono ad girare per il verso giusto. Dopo quell’apparizione TV il disco avviò una crescita nelle vendite che continuò incessantemente per oltre un anno arrivando alla considerevole cifra di quattro milioni e mezzo di copie vendute in tutto il mondo. Nel maggio del 1990, un anno dopo la sua uscita, Il gruppo era ancora in tour e il concerto organizzato in quel periodo a Widnes, nel Cheshire (Spike Island) radunò la bellezza di 27.000 fan e fu la chiave di volta della loro carriera con la stampa che definì l’evento come “la Woodstock della baggy generation” pur tuttavia senza risparmiare giudizi nei confronti di una band che alcuni critici insistevano ancora a definire acerba, inconcludente e sopravvalutata.
Il disco però cominciò pian piano a mettere d’accordo tutti e anche la stampa dovette fare i conti con la grandezza di un lavoro davvero senza precedenti. Brani come I Wanna be Adored, She Bangs The Drums, Waterfall, Made of Stone e I am The Resurrection (tutti usciti anche su singolo) conquistarono il pubblico e resero The Stone Roses (il disco) una pietra miliare e The Stone Roses (la band) i responsabili del processo di rinnovamento della musica inglese degli anni ’90, dagli Happy Mondays agli Oasis, da Screamadelica a Blue Lines
Negli anni successivi tutta la critica si ritrovò concorde nel definire il disco come un capolavoro, uno spartiacque e un’esplosione di novità fondamentali per la musica leggera.
Necessariamente bisogna aggiungere che molta della sua fama è dovuta al fatto che il gruppo di Ian Brown fu costretto negli anni successivi a una lunga pausa discografica. La band, insoddisfatta del lavoro della Silversone, accettò l’offerta dell’americana Geffen salvo poi dover far fronte a un impedimento della piccola etichetta inglese che bloccò l’attività impedendo alla band di pubblicare con altre case discografiche a fronte di un contratto di cinque anni ancora in essere. 
Se questo costò al gruppo la continuità del loro sudato successo, sicuramente contribuì a rendere il loro disco d’esordio ancora più leggendario e in grado di tornare in classifica ogni volta che la Silverstone decidesse di ristamparlo con trovate promozionali tanto di bassa lega quanto di facile presa (aggiunte di remix, stampe su vinile 180gr, vinile colorato, cofanetti con B-Side, CD+DVD eccetera…)

THE STONE ROSES:
(Silverstone, 1989)

Lato A:
I Wanna Be Adored – 4:52
She Bangs The Drums – 3:42
Waterfall – 4:37
Don’t Stop – 5:17
Bye Bye Badman – 4:00

Lato B:
Elizabeth My Dear – 0:59
(Song for My) Sugar Spun Sister – 3:25
Made of Stone – 4:10
Shoot You Down – 4:10
This Is the One – 4:58
I Am the Resurrection – 8:12

Formazione:
Ian Brown – voce
John Squire – chitarra
Mani – basso
Reni – batteria, cori

Produzione John Leckie (eccetto Don’t Stop, prodotta da Paul Schroeder & The Garage Flowers)
Canzoni scritte da John Squire e Ian Brown

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