gaye_manEtichetta: Motown
Tracce: 17 – Durata: 68:59
Genere: Funk, Soul, R&B
Sito: Motown Records 
Voto: 6/10

Inedito per modo di dire dal momento che le 17 tracce che compongono You’re The Man sono apparse in varie occasioni associate a uscite discografiche come greatest hits e compilation varie, il fantomatico disco perduto di Marvin Gaye, nella forma che l’autore aveva previsto nel 1972, sarebbe un autentico evento discografico difficile da ignorare. Dico “sarebbe” perché non è stato mai chiarito se l’album fosse stato effettivamente concepito e registrato oppure se il famoso ritiro fosse dovuto anche a una certa inconcludenza. 
La leggenda narra che nei primi anni ’70, dopo una dolorosa crisi esistenziale che lo portò a un periodo di inattività a causa della depressione in seguito alla morte della collega Tammi Terrell, Gaye si riavvicinò alla sua professione sconfessando in qualche modo il genere che lo aveva portato al successo e puntando a un maggiore impegno sociale che, in linea con la musica di protesta di quel periodo, portò alla realizzazione di What’s Going On forte di tematiche come droga, violenza, discriminazione razziale e pace nel Mondo. 
Convinto che quella potesse essere la sua definitiva direzione, da quel momento in avanti, incoraggiato dal grande successo ottenuto dall’album, Gaye registrò i brani per You’re The Man procedendo nell’evoluzione di temi politici e sociali attraverso una rinnovata linea musicale. Cosa successe “veramente” è difficile da capire, fatto sta che dopo l’uscita del singolo omonimo, l’autore cancellò quella prevista per l’album. Negli anni seguenti furono avanzate molte ipotesi, dalla delusione per lo scarso successo ottenuto dal 45 giri omonimo fino alla accentuata divergenza di opinioni politiche tra Gaye e il boss della Motown, Berry Gordy.
gaye_luiDi fatto il disco non uscì e l’etichetta pubblicò al suo posto prima la colonna sonora del film Trouble Man (per il quale il cantante aveva composto le musiche, in linea con i successi della blaxploitation Shaft e Superfly musicati rispettivamente da Isaac Hayes e Curtis Mayfield) e poi Let’s Get it On, dove Marvin Gaye proponeva un personaggio disimpegnato e in preda a quegli ammiccamenti sexy che lo avrebbero accompagnato fino agli ultimi giorni della sua carriera. Dato questo nuovo corso (e con sommo sollievo di Berry Gordy) le canzoni di You’re The Man, le cui liriche -si diceva- erano molto più esplicite di quelle del suo predecessore, vennero ufficialmente accantonate.

La verità “vera” probabilmente non la sapremo mai e non sapremo mai nemmeno se Gaye, che in questi giorni avrebbe compiuto 80 anni, avrebbe acconsentito a rilasciare il materiale nella forma in cui viene proposto oggi.
Come è facile immaginare, siamo al cospetto di musica di alta qualità, in grado di rievocare un periodo storico indimenticabile e la fase creativa di un autore talmente superiore da influenzare buona parte della musica giovanile del decennio successivo; ma ai più attenti non sarà sfuggito, soprattutto se lo si mette a confronto con le opere dello stesso periodo, che messe assieme in questo modo, queste canzoni tracciano il ritratto di un artista in preda a disorientamento, come se fosse rimasto vittima del suo stesso rinnovamento e cercasse di acuire la creatività accanendosi in quella direzione. 

Non è da escludere, per esempio, che qualcuno abbia fatto notare a Marvin Gaye che la visione del mondo espressa da certe canzoni non fosse neanche vagamente paragonabile a quella lucida e disincantata espressa nel disco dell’anno prima. Se a questo si aggiunge il senso di straniamento evocato da certe evidenti incursioni in temi più esplicitamente mainstream, il dubbio che quello qui presente non sia un affatto un progetto abbandonato, prende sempre più piede. Poi, certo, è difficile esimersi dalla generale qualità delle canzoni, il fascino soul di I’m Gonna Give You Respect, per citarne una sola, è inequivocabile così come lo è altrettanto che Inner City Blues o Mercy Mercy Me erano tutt’altra cosa.
Insomma, alla fine dei conti, You’re The Man più che come un album perduto, suona come una compilation bizzarra che ha nell’accanimento dei produttori odierni di farlo suonare come fosse un disco attuale, il suo difetto principale. Salaam Remi è un formidabile produttore ma in certe tracce ha un tantino esagerato con gli overdub, in particolare nella sezione ritmica. Il suo lavoro (in particolare su My Last Chance) permea l’album di una patina di attualità di cui non avrebbe affatto bisogno. Le 17 tracce del disco, nella sua abbondante durata totale, hanno il pregio di mostrarci una raccolta coerente dell’attività di un artista in un preciso (e confuso) momento storico con brani straordinari e momenti di eccellente musica soul. Di certo, però, è troppo confuso per sembrare il grande album perduto di un compositore attento e scrupoloso come Marvin Gaye.