liberato_luiEtichetta: Autoproduzione
Tracce: 11 – Durata: 38:59
Genere: Indie Pop
Sito: Facebook 
Voto: 6/10

Per perdersi nei meandri della figaggine legata alla protezione dell’identità combinando l’effetto Elena Ferrante con video seriali firmati Francesco Lettieri, Liberato sta trascurando l’aspetto più sinceramente musicale.
Uscito il 9 maggio (data non casuale), l’album senza titolo scorre senza infamia e senza lode, inserendo brani nuovi a quelli che sono usciti nei due anni precedenti somigliando più a un greatest-hits-con-inediti che a un vero e proprio album.
L’idea di amalgamare il mondo neomelodico con le tendenze del nuovo e vecchio indie-pop italiano è sicuramente interessante, così come lo è il gioco sull’anonimato che ambisce a emulare esempi illustri (dai Residents a Banksy), ma alla prima prova concreta sembra affievolirsi sotto l’evidenza di un prodotto che punta all’effetto “massimo risultato con il minimo sforzo”.
Le canzoni, scardinate dall’eccellente operazione visuale di Lettieri (in basso), appaiono sgonfie, poco incisive, scombinate nella spasmodica ricerca di una identità che non riesce a imporsi se non appellandosi a citazioni di ambientazioni o epoche già vissute e ormai sbiadite (da Maruzzella a Gomorra passando dal periodo trip-hop di Almamegretta e Casino Royale).
Poi, certo, possiamo accordarci sul fatto che in giro ci sia ben di peggio e che Liberato sia un album con anche qualche passaggio piacevole. Di certo se l’ambizione è quella di essere the real big thing con la necessità di basare praticamente tutto sull’hype, occorrerebbe che il risultato finale fosse un tantinello più dirompente di così.  

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