vampire-weekend_ezraEtichetta: Spring Snow
Tracce: 18 – Durata: 57:50
Genere: Pop Rock
Sito: vampireweekend.com 
Voto: 8/10

Atteso per ben cinque anni, il quarto album dei Vampire Weekend è un lavoro piuttosto complesso che nella sua dimensione abbondante (poco meno di un’ora alla quale si poteva -forse- togliere qualche minuto) ha l’inevitabile metodo espressivo. Father of The Bride non è propriamente un concept-album ma come tale è stato concepito e prodotto, insistendo proprio sulla necessità di rendere le diciotto tracce che lo compongono come fossero un’opera unica.
Si tratta anche del primo lavoro senza Rostam Batmanglij in formazione anche se, così come era stato annunciato dalla band in sede di comunicato ufficiale, i rapporti con il polistrumentista sono sono talmente sereni e distesi da far ritrovare il suo nome in copertina, sia pure nell’elenco degli ospiti e al fianco di quelli di Danielle Haim, Steve Lacy, Dave 1 (dei Chromeo), DJ Dahi, Sam Gendel, BloodPop e Mark Ronson
Gli anni di attesa hanno sicuramente fatto bene alla band che, sia pure mantenendo le caratteristiche che l’hanno fatta balzare all’attenzione del pubblico, cerca una strada nuova che mescoli sapientemente il mainstream con la sperimentazione. In questo modo Father of The Bride riesce a svilupparsi come una preziosa fucina di motivetti irresistibili (ad esempio This Life, firmata con Sua Maestà Mark Ronson), ponti col passato (Harmony Hall) e bizzarre commistioni tra country e gospel (Hold You Now col featuring di Danielle Haim).
In generale sembra di trovarsi al cospetto di una band smaniosa di riprendere gli strumenti in mano, per dar sfogo a una necessità primaria. E “strumenti in mano” non è un semplice modo di dire perché Vampire Weekend, in questo giro, sembra abbiano tenuto l’elettronica solo nelle retrovie, servendosene (eccome!) solo per mere funzioni produttive e facendo ben attenzione affinché fosse l’attitudine da live band quella principalmente percepibile.

In questo senso una delle figure principali di questo nuovo album è senza dubbio Chris Baio che snocciola linee di basso squisitamente retrò ma superbamente pensate per supportare le divagazioni melodiche della voce di Ezra Koenig con la quale instaura una relazione di inestimabile grazia.
Si tratta del cosiddetto “disco della maturità” che potrebbe anche essere frutto dell’aria di famiglia (aria piuttosto autorevole: suo suocero -forse il Padre della sposa del titolo- è Quincy Jones) ma che essenzialmente sorprende per una scrittura precisa, potente e immensamente personale. Come già detto è un po’ eccessivo nel timing, talvolta anche un po’ stralunato e sconclusionato nello svolgimento e, nonostante ciò, Father of The Bride mantiene per tutto il tempo una forza comunicativa impressionante in grado di sorprendere ad ogni nuovo ascolto.  Caratteristiche come questa sono merce rara di questi tempi e mi sembra sciocco ignorarle.