elbow_giants_LPEtichetta: Polydor
Tracce: 9 – Durata: 39:43
Genere: Pop Rock
Sito: elbow.co.uk 
Voto: 8/10

In partenza per il nuovo tour (prima data proprio in Italia, il 7 novembre all’Alcatraz di Milano) gli Elbow si apprestano a presentare, con un certo orgoglio, il loro ottavo disco in studio, Giants of All Sizes. E l’orgoglio ci sta tutto perché la band di Guy Garvey, in vent’anni di attività, ha acquisito un’autorevolezza tale da consentirgli anche qualche azzardo (di quelli generalmente poco concessi alle band pop) come portare in studio un’orchestra intera.
elbow_giants_CDGiants of All Sizes è un disco che musicalmente si presenta denso e corposo, con derive che congiungono il progressive col post rock, scomodando tanto i Genesis della prima ora (la timbrica vocale di Garvey è sempre più simile a quella di Peter Gabriel) quanto i Talk Talk di metà carriera, quando il pop da classifica cominciava ad andare stretto sulle spalle di Mark Hollis. Su un impianto di tale grandeur sono adagiate parole tutt’altro che sfuggevoli, con temi scritti per lasciare il segno, in particolare tra i conterranei britannici, chiamati a riflettere su un momento particolarmente aguzzo della loro storia. “Come riesci a tenere gli occhi aperti in questi giorni senza fede, speranza né carità?” chiedono gli Elbow nella traccia di apertura (Dexter & Sinister) esibendo una domanda retorica la cui risposta è “non si può”. Il riferimento è il momento politico e economico di enorme contraddizione del loro Paese in una disillusione un po’ arrendevole accresciuta da una serie di perdite (incluso il padre di Guy Garvey) tra gli amici e i parenti della band durante i mesi di lavoro per il disco. Così, anche le canzoni d’amore appaiono tristi e raccontando di quanto sia dolorosa la perdita di un affetto (“Il mio problema è che mi manchi” – My Trouble) e quanto sia difficile sopravvivere a un ricordo segnante come quello che lega molti britannici al terribile incendio alla Grenfell Tower del 2017 (White Noise, White Heat).
Insomma, un lavoro complesso ma al contempo di facilissima fruizione, che gli Elbow hanno messo in scena con la consueta formula (a volte un po’ barocca ma squisitamente singolare) capace di addomesticare i dolori e renderli musicalmente più affascinanti, imperlando di gocce salvifiche anche le più impercettibili fragilità di noi umani.