Valve-Bone-WoeEtichetta: BMG
Tracce: 14 – Durata: 65:55
Genere: Jazz, Pop
Sito: chrissiehynde.com
Voto: 5/10

Per capire quanto poco sia interessante un disco di cover (più o meno) jazz di Chrissie Hynde, dovrebbe bastare il fatto che alla sua uscita la musicista ha sentito il bisogno di fornire delle giustificazioni, per altro non richieste. In alcuni casi ha dichiarato di aver ricevuto una tardiva ispirazione dal suo duetto del 1994 con Frank Sinatra, in altri ha parlato del desiderio di cantare brani melodici, avendo notato il loro “declino” in ambito pop. Poi, ovviamente, ci sono le congetture di chi una giustificazione a cotanta inutilità la deve per forza trovare e così molti critici hanno anche ipotizzato che la frontwoman dei Pretenders abbia subodorato una “rinascita del jazz” dovuta alla “fine del rock” e abbia voluto a tutti i costi farne parte.
La cosa che a me sembra la più probabile è che Valve Bone Woe non sia altro che l’abusata, noiosa e dozzinale manifestazione del cedimento di creatività di una rockstar di 67 anni.
Poi, certo, non è proprio una schifezza, ci mancherebbe! Anche solo la formidabile vocalità di Hynde basterebbe a salvare qualsiasi banalità, ma questo non è il punto. Quello che lascia l’amaro in bocca è il trattamento offerto a brani dal carattere forte (uno su tutti Caroline No dei Beach Boys) sviliti dietro a presunte applicazioni di dignità di cui non avevano alcun bisogno. La cosa inspiegabile è il processo che porta a pensare che il contrabbasso e le spazzole sul rullante siano la chiave per rendere immortale No Return dei Kinks senza considerare che No Return dei Kinks è già immortale per conto suo. Oppure la presunzione di portare nelle sale da tè Naima di John Coltrane e Meditation on a Pair of Wire Cutter di Charlie Mingus come fosse possibile (o lecito) spogliarle della ruvidità originaria per renderle un prodottino appena sopra il livello lounge da Budda Bar.
Certo, siamo una tacca sopra ad altre operazioni simili (penso a Rod Stewart o a George Michael) ma sempre dalle parti dello sterile cliché che, sebbene miracolosamente tenuto a un passo dal blasfemo da un nugolo di musicisti di pregiata provenienza, esagera in tutte le direzioni, inclusa quella della durata totale che raggiunge e supera 65 inaffrontabili minuti.