Fabrizio-Tavernelli_HD_CDEtichetta: Lo Scafandro
Tracce: 12 – Durata: 62:16
Genere: Pop Rock
Sito: fabriziotavernelli.com, Facebook
Voto: 8/10

Creativo instancabile, Fabrizio Tavernelli è “in giro” dagli anni ’80, sempre invischiato in progetti di brillante spessore artistico che non si sono mai presi la briga di aderire a tendenze e mode facendosi forti di una debordante creatività. Passando dalla new wave all’indie rock, interferendo con progetti di elettronica e dance, Taver ha fatto sempre a modo suo, cogliendo sempre la palla al balzo per sorprenderci.
E ci riesce anche stavolta, con il progetto Homo distopiens, nel quale sviluppa un concept album attorno alle ipotesi per il futuro del Pianeta a partire dall’età della plastica. Naturalmente il compito più arduo, per un autore, è affrontare temi così popolarmente inclini alle “discussioni da bar” con la giusta dose di originalità, senza dimenticare poesia, sensatezza, ritmo e (ovviamente) musicalità. Ed è qui che sorprende Homo distopiens, perché nelle sue elucubrazioni filosofiche, mantiene la lucidità per imporre un pensiero che mescola ansia e preoccupazione con il grido di aiuto dell’uomo per tutti gli uomini.
Musicalmente il disco si presenta come forse il più complesso della storia di Tavernelli che adesso riesce a liberarsi dalle inquietudini giovanili, dal bisogno di gridare, svicolando da slogan ed eccessi e risultando intimo e “cantautorale” con la capacità di rendere comunicativa la sua natura di divulgatore e cantastorie.
Certo, ci mette dentro tutte le sue passioni, dal prog (Lune Cinesi) alle derive della musica indiana (Spire) fino alle raffinate atmosfere da folk club (Secondo fine), allo spoken immaginifico (Ouamamua, arricchita dal prezioso contributo del Coro della Cappella Musicale San Francesco da Paola di Reggio Emilia diretto da Silvia Perucchetti) e a molteplici approcci sperimentali densi di vecchi strumenti elettronici analogici tutti ben incasellati in arrangiamenti complessi ma splendidamente lineari. Ma, lo stesso, riesce a completare un’opera che è archetipo di composizione al servizio di un album dalle tinte oscure, dove ogni elemento (compreso lo straordinario nugolo di musicisti chiamati alle session) appare prezioso nel saper mostrare un Fabrizio Tavernelli in stato di grazia, mentre affronta la sua più grande passione abbinata alla formidabile capacità di scrivere canzoni.