KH_LPEtichetta: City Slang
Tracce: 12 – Durata: 45:12
Genere: Pop Rock
Sito: kinghannah.com 
Voto: 8/10

Sono di Liverpool, una città che alla musica pop ha dato davvero il massimo. Lui si chiama Craig Whittle ed è nato proprio lì, lei invece è Hannah Merrick ed è gallese. Si sono conosciuti nel periodo in cui entrambi lavoravano in ristorante ed è scattata subito un’intesa che è sfociata nell’idea di metter su una band battezzata King Hannah. Hanno scritto qualche pezzo e uno, Crème Brûlée ha incuriosito la City Slang che li ha messi sotto contratto spingendo il brano fino a renderlo un buon minor-hit.
Qualche mese più tardi è arrivato un EP e l’anno seguente la consacrazione definitiva grazie alla cover azzeccatissima di State Trooper di Bruce Springsteen che ha portato il loro nome sulla bocca di tutti, proprio mentre stava uscendo l’album I’m Not Sorry, I Was Just Being Me.
La loro musica parte proprio dallo Springsteen acustico e domestico di Nebraska per arrivare alle atmosfere da spy-movie dei Portishead cogliendo nel mezzo molte altre inclinazioni per un risultato estremamente suadente e caldo. C’è un retrogusto country, un barlume di blues, l’ombra della new wave impalpabile di This Mortal Coil e l’inevitabile eco di certo folk inglese. La cosa interessante di questo disco è che riesce a mettere in fila una serie di bellissime canzoni di stampo emozionale cercando di mostrare il cuore prima del cervello. La produzione è certamente molto curata e anche se l’ispirazione ai Portishead talvolta sfiora l’imbarazzante, c’è sempre un momento in cui il respiro rompe quel sottile vetro protettivo per liberare la musica in qualcosa di magicamente biologico e viscerale.
Qualche rimando agli anni ’80 (Death of the House Phone ha qualcosa degli Smiths di Asleep), qualcun altro ai ’90 (Ants Crawling on an Apple Stock, cantata da Craig, ricorda certe ballate “Made in Seattle”) e un ottimo gusto nell’abbinamento di strumenti acustici con altri elettronici, combina la direzione dell’ultima PJ Harvey con le sperimentazioni di Bon Iver.
Troppi nomi? In effetti, se un peccato va trovato, direi che è proprio quello veniale di dipendere da un sacco di passioni, sebbene King Hannah sappiano condire il lavoro con un gusto molto contemporaneo. Inoltre va detto che la qualità delle canzoni, intesa come scrittura sui righi del pentagramma, è mantenuta sempre piuttosto alta, con il plusvalore dato dall’intensità dell’interpretazione che appare sempre profondamente sincera. L’esempio più brillante è senza dubbio Go-Kart Kid (Hell No!) con un testo in cui si rincorrono immagini di ricordi di infanzia con cui è inevitabile empatizzare su una struttura che parte ambient, muta in ballad e chiude in distorsioni rock. Notevole.

Tre le date italiane già confermate a giugno: il 9 a Roma (Largo Venue), il 10 a Prato (Officina Giovani) e l’11 a Bologna (NOVA), nelle date di Prato e Bologna in “double feature” con Thurston Moore.