Bound_coverEtichetta: Dischi Bervisti
Tracce: 12 – Durata: 42:56
Genere: Alt Rock
Sito: Facebook
Voto: 7/10

Earthset, una delle realtà musicali più interessanti del panorama italiano post 2000, pubblica un vero e proprio album dopo le esperienze passate nell’ambito delle sonorizzazioni di cui spesso ci siamo occupati anche su queste pagine.
Bound nasce per scollare la band dal concetto strettamente audiovisivo ma ne fa tesoro per imporsi con una linearità narrativa che sfocia in un concept album dalle trame gustosamente post rock e dai temi estremamente allegorici.
L’ispirazione si sviluppa attorno alle diverse accezioni che la lingua italiana conferisce al termine “relazione” e analizza quelle interpersonali, quelle lavorative e e quelle sociali senza dimenticare anche la deriva digitale in cui sembra essere diventato imprescindibile contare il numero di “followers”, “amici” o “seguaci”.
Musicalmente i bolognesi fanno una scelta molto interessante perché il processo creativo che ha portato alla scrittura di queste dodici tracce si è completato in un’unica session di registrazione, effettuata in una sorta di live in studio, dove la band esegue l’intero disco e lo fissa sul registratore così com’è, senza lavoro di post produzione né di editing (“per cogliere la relazione che si crea tra loro quando suonano insieme“).
Con l’esperienza legata alla sonorizzazione del L’Uomo Meccanico, Earthset hanno capito di essere un collettivo artistico smanioso di muoversi in direzioni ampie, come se suonare gli strumenti non fosse più sufficiente. E così anche Bound arriva come qualcosa che supera i confini del mero album per presentarsi come opera d’arte più stratificata che include aspetti visuali (c’è un video per ogni traccia), letterari e figurativi che portano la band a esprimersi in concerti fortemente affini alla performing art.
Le canzoni hanno riferimenti policromatici, da Jeorge Louis Borges (The Mirror) alle favole di Esopo applicate all’attualità (Tourists and Terrorists), dalla musica di Claude Debussy addizionata della combine Lynch/Badalamenti (Pills) fino a Daniel Pennac e alle sonorità post punk dei Bauhaus.
Forse potrà sembrare in controtendenza, in un momento in cui la fruizione della musica è qualcosa di furtivo e frettoloso ma è proprio qui che Bound fissa i suoi cardini, per costringerci a girare attorno a un lavoro che sembra complesso ma che invece si rivela come un racconto aperto e condivisibile che ci tiene incollati alla narrazione con estrema facilità.