Ammiro sempre chi riesce ad affrontare la morte in maniera lucida ed apparentemente serena. Soprattutto quando si tratta della propria che, lo sappiamo bene, nella maggior parte dei casi ci coglie impreparati, in particolare quando arriva ben prima di un ragguardevole raggiungimento d’età. Ecco come Claudio Rocchi, scomparso ieri all’età di 62 anni in segiuto all’aggravarsi di un male incurabile, salutava il suo pubblico dal suo profilo facebook:
“A fine 2011, mentre ero in promozione a Milano per il mio CD In Alto, feci un’intervista per un quotidiano nazionale che titolava più o meno “Le cinque vite di Claudio Rocchi”. Era “Libero” o “il Giorno”? Non ricordo. Raccontavo di una vita da studente, una seconda da aspirante rockstar, una terza da aspirante santo indù, una quarta da aspirante “normale” professionista tra broadcast, media e business immobiliare. La quinta era quella in cui rientravo allora, per una serie di benedette concorrenze tra Amore e Ispirazione, di musicista ritrovato con voglia di concerti ed energia per farli. Poi arrivò la sesta. Una grave malattia degenerativa alle ossa mi faceva di fatto malato terminale pur continuando io di fatto, tra stampelle e bastoni, a fare finta di niente e guidare in su per mari e autostrade a fare i miei concerti.
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