thecarLPEtichetta: Domino
Tracce: 10 – Durata: 37:23
Genere: Pop Rock
Sito: arcticmonkeys.com
Voto: 10/10

Arctic Monkeys procedono nell’opera di aggiornamento della creatura che, in una quindicina di anni, ha affrontato la più formidabile migrazione stilistica dai tempi dei Radiohead. Quella che nel 2005 era apparsa come la più grintosa rock band del pianeta, passo dopo passo si è trasformata nel più curioso, credibile e brillante esempio di sperimentazione su quanto sia possibile ottenere da una formazione classicamente pop. Questo per dire che, se siete tra coloro che avevano accolto con sufficienza il precedente Tranquillity Base, Hotel + Casino, potete anche saltare a piè pari The Car perché ne rappresenta la sua naturale evoluzione, smussandone gli angoli e appianandone le incertezze.
In effetti, pur essendo musicalmente incentrato sulle sonorità orchestrali del precedente, The Car si impone per una maggiore definizione del progetto AM che oggi diventa ufficialmente qualcosa di straordinariamente univoco, pur nelle sue evidenti ispirazioni. Dietro alla cura maniacale per produzione (affidata al sodale James Ford) e arrangiamenti, qui si evince uno strepitoso metodo creativo che mette gli Arctic Monkeys fuori dal comune, in un processo compositivo di sconfinata originalità e roboante grandezza che ha il pregio inestimabile di restare sempre entro i confini di classe e buon gusto.
Alex Turner si appella a molte delle sue passioni, in particolare quelle per la soul-music orchestrale di Curtis Mayfield e Isaac Hayes, per mettere in piedi uno sceneggiato attorno alle inquietudini dell’animo, tra sensazioni di intimo sentimentalismo e turbamenti esistenziali che ondeggiano tra cupe riflessioni sulle recrudescenze sociali e momenti di vitale positività. Un terreno poetico sorretto da una band ispirata e geniale, capace di sottolineare le medesime contraddizioni tra le trame eleganti delle partiture. In questo ambito è giusto ricordare, tra tutti i collaboratori esterni alla band, l’apporto alla chitarra di Tom Rowley (dei Milburn), talmente coinvolto nella creazione del disco da aver contribuito alla composizione di ben due brani (Jet Skis on the Moat e Mr Schwartz). Combinando i contrappunti in modo che ogni parte si sviluppi su una propria autonomia melodica, gli arrangiamenti sono scritti per sovrapporre ognuna delle parti come fosse indipendente, con l’intento di creare un prodotto finito dal formidabile effetto armonico, rinforzato da passaggi anomali che generano sequenze melodiche innovative e affascinanti.
Riuscire a combinare le derive sinfoniche della musica soul con le capacità compositive di Burt Bacharach o Lennon/McCartney e il gusto per la sperimentazione di Scott Walker o David Bowie creando qualcosa di completamente fresco e inedito (Big Ideas) è dote concessa solo ai grandi creativi e ai migliori autori. La linea generale del disco è questa, con una costante progressione che mette la linearità vocale  in primo piano. La voce di Turner, volendo descriverla come fosse un difetto, potremmo definirla monocorde ma… basta il secondo ascolto per capire che qui di monocorde non c’è proprio nulla e che tutto è gestito come in un film dalla sceneggiatura a prova di bomba in cui ogni momento ti fa venir voglia di sapere cosa sta per accadere in uno struggente, elegiaco e malinconico percorso musicale che emoziona e commuove come la musica pop non sapeva più fare da molto tempo.

In copertina, quello che sembra un dipinto iperrealista è in realtà una fotografia del batterista Matt Helders, scattata con una vecchia macchina fotografica a pellicola. A quanto pare Alex Turner fu talmente affascinato da quella vecchia Corolla parcheggiata da sola sul tetto di un edificio di Los Angeles da lasciarsi ispirare per scriverci una canzone (The Car, appunto). Dato che anche il resto del gruppo trovava bellissima la fotografia, venne scelta per la copertina dell’album che avrebbe preso il titolo dalla canzone ad essa ispirata.

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